Responsabile del Curriculum: Prof. Claudio de’ Sperati

Questo Curriculum è costituito da tre aree di ricerca:

  1. La metodologia sperimentale in psicologia (teorie, modelli e tecniche)
  2. I campi di applicazione della metodologia sperimentale in psicologia
  3. L’interpretazione dei risultati della metodologia sperimentale in psicologia
  4. Le teorie e i modelli del rapporto tra la misurazione del funzionamento cerebrale e la misurazione dell’attività comportamentale

Lo specifico della componente psicologica del presente Dottorato, a partire da quanto dichiarato nell’introduzione generale, appare la possibilità di costruire rapporti, metodologicamente controllati grazie al riferimento sperimentale alle scienze naturali, tra alcuni dei costrutti concettuali all’interno dei quali si muove la filosofia ed il mondo della  realtà oggettuale.

Se da un lato le neuroscienze cognitive studiano i processi cognitivi utilizzando soprattutto metodi di neuroimmagine, attraverso cui viene indagata l’attività cerebrale in vivo sotto stimolazione o durante lo svolgimento di tasks cognitivi, e se la psicologia sperimentale misura, ad esempio, variabili oggettive correlate all’attività mentale o rappresentative di essa, è tuttavia da tenere in considerazione che la relazione tra ciò che viene concettualizzato come attività mentale e le misurazioni di variabili oggettive non può essere intesa in maniera meramente riduzionistica. Un ingenuo riduzionismo, infatti, porterebbe ad esempio a ritenere che l’attivazione di certe aree cerebrali durante alcuni compiti cognitivi, ad esempio di calcolo, significhi che le aree attivate siano la sede delle attività in questione, riconducendo completamente (o più precisamente riducendo) l’attività mentale del calcolare all’attività neuronale in tali aree.

È nella necessità di indagare questo passaggio che si inserisce il rapporto con la componente filosofica del Dottorato, soprattutto per quanto riguarda la relazione tra le teorie del funzionamento mentale (Filosofia della mente, della cognizione e del linguaggio) e ciò che il neuroscienziato o lo psicologo sperimentale registrano attraverso tecnologie che consentono di misurare l’attività biologica del cervello.

Senza un approfondimento concettuale che costruisca modelli del rapporto tra l’attività mentale e le misure biologiche si prospetta infatti il rischio, come sopra affermato, di un’interpretazione riduzionistica (uno è l’altro) che a sua volta può implicitamente contenere in sé nuclei pseudo-psicologici quali l’idea che all’interno delle aree cerebrali vi sia “qualcuno” che sta realmente compiendo l’attività di contare. Interpretazioni di questo genere ricondurrebbero alla ben nota teoria dell’homunculus, o del ghost in the machine, ovvero di quella sorta di invisibile folletto che abita dentro un cervello visto come una “macchina psicologica”.  In realtà, noi sappiamo molto poco, per non dire nulla, di che cosa stia davvero facendo il cervello mentre contiamo, e di quale sia il rapporto tra l’attività cerebrale e il nostro consapevole compiere operazioni matematiche.

Per non cadere nel riduzionismo è quindi necessario costruire teorie e modelli che tentino di rendere conto del rapporto tra il comportamento mentale ed il comportamento cerebrale, evitando comunque di ricadere nell’annosa, e per certi aspetti infruttuosa, questione del rapporto tra mente e cervello. Noi oggi siamo abbastanza concordi sul fatto che ciò che chiamiamo mente sia il prodotto di un’attività cerebrale, quindi la questione andrebbe meglio posta nel chiedersi quale sia la relazione tra l’attività dell’oggetto fisico cervello, di cui possiamo misurare in maniera oggettiva alcune caratteristiche, e i suoi prodotti che usiamo chiamare mente.