philosophy goes viral

Valentina A.

Le nostre radici sono ferme nella terra, ma i nostri rami possono arrivare ovunque

Valentina A.

Simona D.

Chi meriterà i meriti? I meriti sono attribuiti secondo direttive specifiche a personaggi muniti di talento. Nell’altro senso meritare non significa altro che guadagnare il fine ultimo di ciò che vuoi ottenere. Coloro che possiedono il talento elevandolo a merito vivranno felici. Al contrario chi non effettuerà tali tesi ricadrà nella paralisi dell’agire ove il merito ti racchiude. La paralisi dell’agire di Kierkegaard, poichè egli sosteneva che siccome hai dinnanzi tutte le possibilità di scelta resti immobilizzato in una dimensione di “non scelta” e in una paralisi momentanea o periodica. Perchè l’esistenza è scelta, è un volo senza rete. Egli analizza la scelta perchè vuole analizzare l’esistenza. Tuttavia si ferma al grado “zero” ossia il momento prima della scelta poichè solo in tale modo potrà l’individuo concepire l’esistenza. Vi è l’esistenza del merito e del talento che è concatenata alla scelta di meritarsi il merito e di meritare il talento che crediamo di possedere.” Chi giudicherà i talenti?” Lo farà la Competenza in base ai meriti. Bisogna salvaguardare se stessi per non ricadere nel dolore provocato dal rifiuto della volontà (in questo caso di meritare e di possedere talento) di Shopenhauer, un dolore che può svanire solo attraverso la fuga da esso poichè come Cesare Pavese ci ha insegnato “La verità è che soffrire non serve a niente”. Meritiamo il merito ostentando talento

Simona D.

Portobello B.

“Il volto parla. La manifestazione del volto è già discorso.” [Lévinas-Totalità e Infinito]

#talentifilosofici

Portobello B.

Tommaso T.

GENIO NATURALE E ARTIFICIALE

Microsaggio filosofico-scientifico sul talento e sul merito nell’età della tecnica

Secondo Hegel, il talento è una “disposizione specifica dello spirito” e quindi una modalità
limitata dell’esser dotati, mentre il genio sarebbe una qualità dalla tendenza universale.
Se la speculazione estetica di Kant aveva portato il filosofo di Königsberg a riconoscere
nell’impossibilità di riprodurre meccanicamente il processo di creazione artistica una
condizione imprescindibile per definire il genio [1] – rimanendo fedele all’etimologia latina
del termine “gignere”, che indica un processo di generazione non mai ascrivibile a canone
determinato – e con l’avvento della cultura romantica era stato celebrato il valore
dell’ispirazione, dell’immaginazione evocatica e dell’intuizione (che vide il suo culmine
filosofico nell’idealismo soggettivo di Schelling) Hegel ridimensiona l’aspetto immaginativo
e creativo della produzione artistica e di una qualunque “tecnica” in quanto tale, rivalutando
non solo la rilevanza dell’educazione intellettuale e dell’esercizio specifico, ma soprattutto
del talento.

Esso, a differenza del genio, è l’abilità tecnica di cui un qualsiasi soggetto è dotato
relativamente ad uno specifico campo (il filosofo dell’idealismo assoluto si riferisce
esplicitamente all’ambito artistico, ma tale distinzione può legittimamente avere portata più
generale), e che in quanto strutturalmente determinata da procedure o metodologie
particolari può essere razionalmente controllata e volontariamente riprodotta, nonché
sistematicamente allenata: Hegel stesso sostiene che le conoscenze metriche, ritmiche e
poetiche non siano bastate ai giovani Schiller e Goethe – ma lo stesso vale, più indietro nel
tempo, per Omero – per la produzione di opere tecnicamente eccelse, date alla luce solo
nella maturità [2].

Sebbene Hegel non ritenga che possa esistere un talento strettamente scientifico (e
tantomeno un genio scientifico, condividendo la posizione di Kant in merito) e per quanto la
ragione speculativa hegeliana si distingua dalla ragione scientifica – Horkheimer
applicherebbe la distinzione, teoreticamente e storiograficamente non priva di problemi, tra
“ragione oggettiva” e “ragione soggettiva” [3], identificando quest’ultima con il “pensiero
calcolante” di cui Heidegger vede l’origine nella teoresi di Hobbes [4], e che Hegel stesso
non mancherebbe di definire astrattamente intellettivo -, il suo pensiero eminentemente antiromantico
in merito si avvicina comunque alla tendenza razionalizzante con la quale è stato
progressivamente inteso il talento durante la modernità e soprattutto nell’attuale età della
tecnica, nella quale i compiti eseguibili da calcolatori ed intelligenze artificiali aumentano
costantemente e una probabile quarta rivoluzione industriale (stavolta con protagoniste non
più l’informatica, l’elettronica e la telematica, ma la meccatronica, la robotica e
l’automazione) porterà nei prossimi decenni a delegare a macchine adeguatamente
performanti mansioni sufficientemente meccaniche che prima potevano essere svolte solo da
esseri umani.

Se infatti si definisce il talento come la capacità di eseguire compiti specifici secondo
modalità sufficientemente performanti (oppure più performanti della norma, in relazione ad
uno standard fissato sull’analisi sistematica di un numero finito di campioni) tramite
l’applicazione di una metodologia, di un procedimento o di una tecnica determinata, e
invece il genio come l’abilità unica di ottenere risultati del tutto rivoluzionari e non
preventivamente prevedibili in uno o più determinati ambiti specifici, resta da chiedersi se e
quanto il genio possa essere logicamente inteso come l’estremo culmine del talento –
secondo una concezione calcolistica della razionalità, che va dall’hobbesismo allo sviluppo
dell’informatica moderna, passando per il pensiero e per il contributo fondamentale di
Leibniz – oppure se esso risulti derivare da caratteristiche qualitativamente differenti, non
riproducibili e non intrinsecamente contenute, seppur in forma basilare, nel talento stesso –
secondo la prospettiva romantica, ma anche kantiana ed hegeliana, come già visto -; se
quindi si possa in modo legittimo distinguere pascalianamente tra “esprit de géométrie” ed
“esprit de finesse” [5], oppure se quest’ultimo non possa essere in qualche modo riassorbito
ed inglobato costitutivamente nel primo.

La questione può essere riproposta e più precisamente definita facendo riferimento ad un
moderno ambito di ricerca, capace di offrire indizi e prove concretamente risolutive a
riguardo: quello delle neuroscienze computazionali, a cavallo tra la neurofisiologia, la
neurobiologia e la psicologia sperimentale da una parte, e la teoria dell’informazione,
l’informatica e la già citata intelligenza artificiale dall’altra.
Proprio in quest’ultimo campo si è originato agli inizi degli anni ’60 il dibattito che si è
esteso poi interdisciplinarmente in molte branche delle neuroscienze e dell’ingegneria, che
riguardava la pretesa di riprodurre e ricostruire il funzionamento della mente umana su un
calcolatore (tematiche che non hanno una mera pertinenza tecnologica ed ingegneristica, ma
che si intrecciano con profonde questioni di carattere eminentemente filosofico; non a caso
Münch [6] e Dreyfus [7] attribuiscono la paternità delle ricerche sull’IA classica
direttamente alla fenomenologia di Husserl, per l’attenzione dedicata all’indagine sui
rapporti tra logica, vissuto coscienziale ed esperienza, nonché per il fondamentale concetto
di “datità” criticato poi da Adorno come nuova forma di positivismo mascherato), e che vide
inizialmente due schieramenti contrapposti: quello della cosiddetta intelligenza artificiale
“debole”, per il quale i calcolatori ad hardware elettronico sarebbero costitutivamente
impossibilitati a giungere ad uno stato di coscienza di sé, e allo stesso modo sarebbe
impossibile riprodurre completamente le funzioni cognitive umane mediante
l’implementazione algoritmica di opportuni programmi, e quello dell’intelligenza artificiale
“forte”, secondo cui invece non solo sotto certe condizioni (si ricordi il classico
Gedankenexperiment della “stanza cinese” proposto da Searle [8]) i processi di
ragionamento di un calcolatore sarebbero indistinguibili da quelli umani, ma sarebbe
possibile riprodurre qualsiasi forma di pensiero tipicamente umana (quindi logica,
emozionale, di coscienza, e così via) su un supporto fisico elettronico e non biologico: in
particolare, molti sostenitori dell’IA forte ritengono che la tesi di Church-Turing, secondo
cui la classe delle funzioni intuitivamente calcolabili coincide con la classe delle funzioni
Turing-calcolabili (la quale diviene principio dalla valenza fisica nell’ambito della
computazione quantistica, ma pur avendo avuto moltissimo riscontro “sperimentale”
positivo in ambito computazionale, non può essere dimostrabile deduttivamente) sia
applicabile anche alla mente umana.
L’avvio e lo sviluppo di tale ricerca ha condotto a due approcci fondamentali volti a
riprodurre le funzioni cognitive umane sulle strutture dei calcolatori: quello funzionalista,
inaugurato da Putnam [9], che tentava la riproduzione dei processi mentali mediante
l’associazione e l’implementazione di singoli programmi a singole funzioni cerebrali,
vedendo la mente come una macchina di Turing ideale, e quello connessionista, originatosi a
partire dalla “crisi” del funzionalsmo, che mira a ricreare il funzionamento strutturale della
mente attraverso le cosiddette reti neurali (ovvero sistemi di elaborazione ad elevato
parallelismo distribuito).

Oltre a sottolineare un’avversione – fenomenologicamente e teoreticamente legittima – nei
confronti della reificazione ipostatizzata del pensiero in un ente chiamato “mente”, di
matrice perlopiù fisicalistica o eliminativistica e tipica di certi recenti orientamenti (per
l’appunto) della filosofia della mente, le critiche filosofiche dirette alla pretesa di riprodurre
computazionalmente ogni processo di pensiero umano o animale, e quindi ogni talento o
genio esplicantesi a partire da esso si rivolgono perlopiù alla tendenza riduzionistica –
considerata illecita poiché scientificamente infondabile – sottostante all’intendere la mente
come un’entità sintattica ed asituazionale slegata dall’esperienza concreta e dal vissuto
coscienziale (l’Erlebnis husserliano) e sociale nel quale tipicamente il pensiero umano è
inserito: in questa direzione vengono mosse le critiche di Winograd, Flores [10] e del già
citato Dreyfus.
Un’altra critica all’isomorfismo mente-computer sostenuto dall’intelligenza artificiale forte,
concettualmente simile ma dal carattere scientifico, viene portata avanti da Penrose: egli
ritiene infatti che il funzionamento della mente e i processi di coscienza relativi
all’intuizione e alla dimostrazione matematica presentino delle caratteristiche
intrinsecamente non algoritmiche (citando, a tal proposito, anche un’interpretazione
controversa e indebitamente generalizzante del primo teorema di incompletezza di Gödel), e
che ciò probabilmente dipenda da caratteristiche peculiari dei meccanismi biochimici
regolanti l’attività delle usuali funzioni neurofisiologiche, così come dai processi che
definiscono la biologia del cervello umano in generale [11].

Il talento matematico sembra però, tra gli altri, quello che assieme al talento “decisionale”
(nel senso della teoria dei giochi) risulta più facilmente riproducibile dai computer: le
intelligenze artificiali preposte al cosiddetto “automated theorem proving” si sono rivelate prolifiche
nell’ambito dei sistemi formali espressi in un linguaggio del primo ordine, e sono riuscite a
fornire autonome dimostrazioni del teorema dei quattro colori e della congettura di Robbins,
sebbene non riescano a distinguere i risultati matematicamente banali da quelli realmente
significativi (e per questo, un futuro in cui le macchine riescano a proporre idee di ricerca
innovative appare oggi lontano); il talento filosofico, invece, che comporta capacità di autoriflessione
intrapersonale e concettuale in senso hegelianamente dialettico e gerarchico,
nonché di chiarificazione (l’Aufklärung tipico della logica pura, che non si riduce
all’assiomaticità della logica formale né presuppone alcun oggetto la cui posizione non
possa mostrare come univocamente necessaria) pare essere uno dei più complessi a
riprodursi, così come quello interpersonale o quello artistico.

Può dunque un’intelligenza artificiale, in futuro, riuscire a scrivere opere profonde quali
quelle di Shakespeare, poesie magistrali come quelle di Petrarca, oppure dipingere
emulando il talento figurativo di Leonardo o Picasso, o ancora comporre meravigliose
sinfonie paragonabili alla musica di Mozart o di Beethoven?
Può un calcolatore sufficientemente potente sviluppare autonomamente la teoria della
relatività generale di Einstein, oppure unificare le moderne teorie quantistiche dei campi
fino al Modello Standard?
Può una macchina sviluppare e scrivere questo testo, giungendo a riflettere sulle sue
strutture di pensiero, senza che sia chiaro se essa pensi realmente o meno?

La risposta potrebbe sembrare effettivamente sorprendente se si considerano i recenti
progressi [12] conseguiti nella costruzione di reti neurali massivamente parallele (che non
sono propriamente macchine algoritmiche di Turing, e per le quali sono stati proposti
metodi per esprimere computazionalmente anche eventuali meccanismi non algoritmici
[13]) sempre più complesse ed efficienti, nonché nello sviluppo di tecniche di pattern
recognition, deep learning e scenarios forecasting progressivamente più versatili e
performanti, i quali depongono a favore di una completa computabilità della mente anche
qualora ne venisse dimostrata la non algoritmicità, e quindi della visione per la quale il
genio è propriamente e solamente il punto d’apice del talento.
Tale tesi di fondo, se si considera anche il mutato atteggiamento di parte della comunità
scientifica nei confronti dell’IA, non più finalizzata alla realizzazione della possibilità di una
replica esatta di una mente umana o animale e quindi alla simulazione perfetta del pensiero
(visto anche che tale obiettivo non viene perseguito più tentando di costruire da zero una
mente in senso funzionalistico o connessionistico, ma tracciando il connettoma – cioè
l’insieme delle connessioni neurali e sinaptiche – di un cervello animale per poi elaborarlo
informaticamente), ma all’emulazione di esso nei risultati specifici ottenibili da parte di una
“mente artificiale” i cui processi di calcolo possono non essere identici a quelli umani,
appare sensata e filosoficamente consapevole, specialmente in riferimento ad una
concezione deantropomorfizzata della macchina, così come ad una visione del talento e del
genio tanto multiforme per le modalità tramite cui si manifesta quanto per la diversità degli
ambiti in cui lo fa, ma transumanisticamente universale e unificata in quanto disposizione
specifica dello “spirito” di un essere senziente intelligente, sia esso umano o robotico,
biologico o meccatronico.

In prospettiva di un’integrazione progressiva e sinergica tra l’attività dell’uomo e quella delle
macchine, calata nel contesto di un’imminente rivoluzione industriale dell’automazione e del
sistema socioeconomico neoliberistico – costitutivamente incapace di guidare lo sviluppo
tecnologico alla sua imperativa identificazione con il progresso eticamente finalizzato – non
può non porsi la questione del merito, della sua fondabilità e legittimità concettuale e delle
effettive conseguenze che una sua valorizzazione non solo professionale ed istituzionale, ma
sociale e culturale porterebbero nella práxis.

Quanto al primo punto, già riferendoci al significato etimologico del termine – meritum
come lucro, premio, ricompensa – si rende chiaro come il concetto di merito sia
intrinsecamente dipendente da un’azione valevole o da un’attività encomiabile (sia essa
conseguita in riferimento all’aretè greca, alla virtus romana, alla valentia rinascimentale o a
qualsiasi concezione di agire morale viga nella cultura di riferimento, e dalla quale la
meritevolezza in sé risulta formalmente indipendente) per la quale il merito spetta a colui
che è riuscito a metterla in atto, e che in qualche modo se l’è “guadagnato” – ancora
traducibile per i latini con meritum, supino del verbo mereo, dal significato sia di
guadagnare che, appunto, di meritare; si potrebbe lecitamente dire, rivisitando
opportunamente la formula vichiana [14], che «meritum et lucrum reciprocantur seu
convertuntur».

Potrebbe apparire ovvia, nell’operazione di determinazione del merito, la necessità di
valutare, nei casi specifici, se vi sia volontarietà e consapevolezza dell’atto per il quale il
merito stesso viene attribuito, il che rimanda inevitabilmente all’annosa questione del
determinismo e della sua compatibilità col libero arbitrio (non solo ormai costituitasi come
un tòpos classico della storia della filosofia occidentale occupando la riflessione speculativa
da Democrito a Cartesio, da Hume a Laplace, ma con cui oggi si confronta anche la
meccanica quantistica, nell’ambito della quale un indeterminismo di carattere ontologico
non è dichiarato a causa dell’operazionismo strumentalistico intrinseco all’interpretazione di
Copenhagen, e le neuroscienze, alla luce delle interpretazioni teoretiche riguardanti gli
esperimenti di Libet [15]); se quindi un individuo che compia un’azione moralmente
encomiabile, o che finalizzi eticamente l’espressione del suo talento o genio, sia degno di
merito per aver liberamente deciso di farlo o meno, e se tale azione sia derivata davvero
dalla sua volontà (e da un suo talento specifico) o se sia stata solamente una conseguenza
necessaria del mondo rispetto al cui accadimento egli non aveva facoltà di scelta.

In realtà, se si sposta l’attenzione dal piano puramente deontologico a quello utilitaristico e
consequenzialistico – giungendo così a toccare il secondo punto sopra citato – risulta
comunque razionale attribuire merito a coloro che contribuiscono positivamente al
progresso tecnico-scientifico, economico, culturale ed intellettuale della società, sia in
quanto incentivo a produrre ulteriore progresso da parte dei già meritevoli e di coloro che,
resisi conto della ricompensa, sarebbero portati a farlo, sia in quanto valorizzazione delle
caratteristiche indispensabili a definire una cultura dell’eccellenza fondata su un’assiologia
che prescriva universalmente la finalizzazione etica del talento e del genio di ognuno.

Anche negando l’esistenza del libero arbitrio a favore del determinismo, con conseguenze
teoretiche decolpevolizzanti e deresponsabilizzanti nel bene e nel male, non sarebbe
comunque delegittimata l’utilità sociale e civile derivante dal premiare i meritevoli e dal
punire giuridicamente coloro che mettono in pericolo la società, senza per questo scadere in
conservatorismi o giustificazionismi, come Spinoza aveva già brillantemente riconosciuto
[16].
Proprio nella sua utilità eticamente orientata il concetto di merito trova la sua
legittimazione, a maggior ragione se in particolare il merito attribuito all’esercizio del
talento consiste praticamente anche nell’attribuzione di una carica politicamente rilevante, in
un sistema di governo che ricalca concettualmente una noocrazia di matrice platonica
adattata alle esigenze attuali, quindi tecnologicamente esperto, capace di applicare
metodologie scientifiche (quali statistica, data mining, teoria dei giochi e delle decisioni,
simulazioni informatiche di modelli socioeconomici) alla gestione politica, rapido e reattivo
all’innovazione nella legiferazione ed attento al benessere dei cittadini come alla crescita
nell’intervento in materia economica.

Tale soluzione permette da una parte di porre fenomenologicamente in epoché la questione di
una definizione deontologica del merito, evitando la caduta nella fallacia naturalistica (in
riferimento alla distinzione metaetica humiana per cui ciò che è, l’is, non è già anche ciò che
deve essere, l’ought) e la legittimazione di una morale meritocratica che per i socialisti più
estremi non sarebbe distinguibile dal mero darwinismo sociale o dal culto calvinista della
predestinazione che per Weber costituisce il fondamento dello “spirito del capitalismo” [17],
e dall’altra di mettere in evidenza la necessità di un ripensamento sistematico dell’attuale
sistema politico ed economico, che qualora venisse ridefinito in senso noocratico (con figure
altamente competenti, sapienti e capaci ad amministrare la gestione della cosa pubblica
secondo una finalità etica comune) permetterebbe una sistematica valorizzazione ed
attribuzione di merito relativa all’utilità non solo economica, tecnica o scientifica ma anche
culturale ed intellettuale che i vari talenti sono in grado di generare.

In relazione a quanto detto finora, resta anche la questione riguardante la riproducibilità
artificiale del talento e del genio, che si estende adesso al merito: risulta sensato e razionale
attribuire merito a robot, calcolatori ed intelligenze artificiali che riescano a svolgere delle
specifiche mansioni in modo straordinariamente più performante rispetto agli umani?
Anche non considerando in questa sede la prospettiva futura dell’emergenza di potenziali
coscienze non biologiche ma informatiche (già considerata da Putnam e dalla nascente
filosofia transumanista), che estenderebbe a dismisura la portata filosofica della questione,
si può rispondere affermativamente al presente interrogativo se non ci si limita ad intendere
il merito come prestigio, gratificazione o soddisfazione personale o professionale, ma più
generalmente come la possibilità di acquisire sempre maggior libertà di esercitare e
perfezionare il proprio talento fino a trasformarlo in genio, col fine ultimo di mettere i suoi
risultati al servizio della collettività.
In questo modo anche le macchine avrebbero legittimamente il loro merito, cosicché
possano massimizzare la loro utilità sociale, e allo stesso tempo permettono di valorizzare
maggiormente i talenti umani che più difficilmente sono da esse riottenibili e riproducibili,
dei quali alcuni ad oggi sono notevolmente svalutati e sottostimati.

Tra gli altri, il talento filosofico è probabilmente quello più sottovalutato e a cui meno si
attribuisce merito: l’attuale società mass-mediatica dei consumi e dello spettacolo, rifiutando
l’husserliana concezione pratico-esistenziale di filosofia come Lebensberuf [18] e
delegittimando l’altrettanto husserliana figura dell’intellettuale come “funzionario
dell’umanità”, si costituisce strutturalmente come la negazione sistematica del pensiero
autenticamente filosofico, di per sé neutralizzato tramite i meccanismi economici
tipicamente liberistici rispetto al cui funzionamento il merito non spetta a chi agevola la
realizzazione del bene comune o produce progresso umanitariamente finalizzato, ma a chi
banalmente riesce a sfruttare le abiette logiche del mero consumismo a suo favore.

Questo, oltre al profondo stato di crisi culturale che vede come protagonista non tanto
un’apertura prospettivistica alle possibilità di matrice nietzscheana, quanto un relativismo e
uno scetticismo intrinsecamente postmoderni e nichilistici, nonché uno specialismo
ultrasettoriale acritico che sancisce l’incomunicabilità tra i vari saperi particolari così
incapaci di ricostituirsi concretamente nell’intero, fa sì che il pensiero filosofico dopo più di
due millenni abbia di fatto rinunciato all’adempimento della sua finalità fondativa,
sistematizzante ed unificatrice, rischiando ad oggi di sgretolarsi e di frammentarsi fino a
scomparire.

Ma propriamente e solamente attraverso il ripensamento di una filosofia rigorosa,
sistematica ed unitaria, che – lungi dal cadere nei dogmi dello scientismo – sappia fare uso
della matematica e rapportarsi con la scienza e con la tecnologia informatica è possibile
fondare una cultura diretta alla ricerca della verità e alla conquista del bene, nonché
ridefinire una società che dal sistema giuridico a quello economico, dall’orientamento etico a
quello politico riesca a valorizzare sommamente il vero conoscere e il retto agire, sapendo
sistematicamente riconoscere il dovuto merito a chiunque metta al servizio dell’umanità il
suo talento.

Bibliografia:

1. Immanuel Kant, “Critica della facoltà di giudizio”, trad. di Alfredo Gargiulo, Bari,
Laterza, 1907.
2. G. W. F. Hegel, “Lezioni di Estetica”, trad. di Paolo D’Angelo, Laterza.
3. Max Horkheimer, “Eclissi della ragione. Critica della ragione strumentale”, Einaudi ed.,
trad di E. Spagnol Vaccari, 2000.
4. Martin Heidegger, “L’abbandono”, a cura di A. Fabris, Il Melangolo, Genova, 1983.
5. Blaise Pascal, “Pensieri”, a cura di P. Serini, Einaudi, Torino, 1967.
6. Dieter Münch, “Intention und Zeichen”, Suhrkamp, Frankfurt a. M., 1993.
7. Hubert Dreyfus & Harrison Hall, “Husserl, Intentionality and Cognitive Science”,
Monograph Collection, 1982.
8. John Searle, “Menti, cervelli e programmi. Un dibattito sull’intelligenza artificiale”,
Milano, CLUP-CLUED, 1984.
9. Hilary Putnam, “Mente, linguaggio e realtà”, tr. it. di Roberto Cordeschi, Adelphi,
Milano, 1987.
10. Terry Winograd & Fernando Flores, “Calcolatori e conoscenza”, Mondadori, Milano
1987.
11. Roger Penrose, “La mente nuova dell’imperatore”, Rizzoli, Milano, 1992.
12. Juergen Schmidhuber, “Deep Learning in Neural Networks: An Overview”, Technical
Report IDSIA-03-14, 2014.
13. Paola Zizzi, “When Humans Do Compute Quantum”, in: “A Computable Universe”,
Hector Zenil, Word Scientific Publishing.
14. Cfr. Giambattista Vico, “La scienza nuova ed altri scritti”, UTET, Torino, 1976, pagg.
194-195: «Latinis “verum” et “factum” reciprocantur, seu, ut scholarum vulgus loquitur,
convertuntur».
15. Benjamin Libet, “Mind Time. Il fattore temporale nella coscienza”, Raffaello Cortina
Editore, 2007.
16. Baruch Spinoza, “Trattato Teologico-Politico”, a cura di Arnaldo Petterlini, Zanichelli,
Bologna, 1995.
17. Max Weber, “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”, Rizzoli, 1991.
18. Edmund Husserl, “La storia della filosofia e la sua finalità”, Città Nuova, 2004.

Tommaso T.

Stefano P.

Giacomo Leopardi, Renzo Piano, Lionel Messi, Roger Federer. Cosa hanno in comune queste persone?

Essi sono artisti, si distinguono in quello che fanno, che sia creare bellissime poesie, progettare capolavori architettonici, calciare la palla nell’angolino della porta o effettuare una straordinaria volée.

Andando più a fondo possiamo affermare che ciò che li rende unici nel loro campo è il fatto di avere talento, una disposizione naturale, un dono che non tutti hanno ricevuto.

Tuttavia, tutti noi nella nostra vita abbiamo incontrato persone che senza dubbio possedevano un talento, ma che non sono riuscite a farsi strada per emergere, per affermarsi. Quindi, cosa porta un talento ad affermarsi? Il lavoro.

Che sia lo studio ” matto e disperato “, come quello del buon Leopardi, o il faticoso allenamento sportivo, il lavoro è la chiave per sprigionare il talento. Una persona che si ” accontenta ” di avere un talento, non lavorando su di esso, è paragonabile ad una persona che possiede una Ferrari, nella quale però non vuole metterci la benzina.

Zola diceva: ” L’artista è nulla senza il talento, il talento è nulla senza il lavoro “.

Stefano P.

Antonio A.

Il talento è umano in tutte le sue vie. Non v’è differenza tra gli uomini, non v’è un dualismo tra l’uomo talentuoso e l’uomo che ne è privo. Colui che riesce a suonare l’intera partitura di Liszt non è nato diverso da chi non è capace di suonare neppure le sette note, la differenza sta nella sua coscienza di poter sapere, nel riconoscere il talento che è innato a tutti gli esseri umani. Socrate diceva: “Io so di non sapere”, l’uomo talentuoso però tende a cambiare questa frase, seppur lavorando con il subconscio, rendendola “Io so di poter sapere”. Questo non è dovuto ad una mancanza di modestia o ancor peggio di saggezza ma alla ricerca costante del merito. Quest’ultimo è il carburante del talento, l’uomo è compiacente dei meriti. Ciò che rende i traguardi unici e desiderati è la loro proprietà di far nascere lo stupore alle persone, quella meraviglia che prende forma dal grande albero del thaumazein, inteso come la già citata meraviglia ma anche come lo sconforto. Difatti, dinanzi ad un merito c’è colui che si stupisce del talento, del lavoro svolto, e chi, invece, si sconcerta nel vedere un uomo superiore a se stesso, mostrando al suo inconscio la piccolezza del suo essere, simile a vermetti che strisciano al cospetto dei giganti. Questi ultimi hanno accresciuto il pensiero generale che rende il talento raro, concesso ai pochi eletti, riservando così delle scusanti per la loro mancanza di meriti. Tuttavia, paradossalmente, il riuscire a comprendere il talento che è dell’uomo è esso stesso talento, tanto da farli rientrare, quasi ironicamente, in quella cerchia di prescelti nati dalle scuse dei molti che non sono riusciti a prevalere, quindi privi di merito.

Antonio A.

Luca F.

Non abbiate paura di dire ciò che pensate, ma di pensare ciò che dite. ?#‎talentifilosofici?

Luca F.

Emanuela V.

@MyUniSR sono due doti: la prima si conquista con la fatica, la seconda fa parte della natura umana #talentifilosofici

Francesco M.

#‎talentifilosofici? : gli schemi non sono il nostro forte. Non ci è mai piaciuta la riflessione costretta all’interno di punti di vista già ben determinati, fermi questi, sterili ed ideologici; nella storia, tra i segni dei tempi e l’attualità, ci piace muoverci sui confini di prospettive diverse. Seguiamo un filo che ci trasporta ai limiti. Per quanto sia un percorso a ostacoli – a volte anche da affrontare ruvidamente – eppure si lasciano pensare da sé le catene tra i fatti; questi, ricompresi alla luce nuova di ciò che ci pare essere veritiero. Le nostre riflessioni mi sembrano ancor più simili a delle catene – nella struttura – per il modo in cui vanno ad incastro, senza ciononostante ingabbiare alcunché. Tuttavia s’intrecciano, s’ingarbugliano, si confondono. Cresce e di nuovo torna a valere il nostro pensiero. Fonte di buona realtà nell’amministrazione e nel servizio, sia nella politica sia nell’ordine civico; come altrettanto nel suo impegno maggiore: la determinazione in pensieri di ciò che il mondo ci va offrendo per la vita – a fronte del naturale sviluppo umano via d’origine di sempre nuova bellezza – e la pace dei popoli.
Postato su Facebook il 26/07/15

?#‎talentifilosofici?: vanno le riflessioni. S’intrecciano, s’ingarbugliano, si confondono. Cresce e di nuovo torna a valere il nostro pensiero

Anna S.

“Tu vuoi salvare l’uomo”  Mi è stato detto.
“Vuoi tessere i suoi sogni fino a convertire la sua smania di gloria in una candida tela d’ideali.
Lì fuori, i sogni veri che tanto vantano essere rifugio da intemperie per l’anima, sono ridotti a piccoli sorsi d’illusione, quanto basta per non annegare nella superficie del merito.”
In un mondo in cui il talento è predisposizione e il merito riconoscimento non c’è spazio per il sognatore.
Veste i panni dell’ingenuo che per paura di non meritare ha negato il talento di volare e tanto in alto vorrebbe arrivare che inciampa nel nome di chi non sa cadere.
Eppure lì, nascosco tra chi punta alla vetta del merito fittizio, ricorda il sogno a gran voce che l’unico merito al quale è possibile ambire è il talento stesso.
Perché talento è riconoscersi.
Il talento non porta in alto, il talento non ha cima.
Il talento porta in fondo, scava voragini nello spirito dell’uomo riconducendolo alla sua primordiale essenza.
Talento e merito sono complementari nell’animo del sognatore che fa dell’ideale una scommessa con la vita dove vincitore è chi ha imparato a custodirsi, riconoscendo nel talento il vero merito.
Quando sei uomo, sei la prigione nel paradiso e il paradiso nella prigione e mentre tutto intorno volteggia ad un ritmo a dir poco inarrestabile il tuo sogno ti rende immortale.
Come può l’uomo non salvare il sogno, come posso io non salvare l’uomo.

“C’è qualcosa di molto più prezioso, raffinato e raro del talento. È il talento di riconoscere le persone di talento”
Elbert Green Hubbardo

Anna S.

Francesco P.

“Per essere protagonisti nel teatro della vita è sufficiente essere un perfetto attore, qualunque sia il ruolo interpretato. La vita non ha ruoli secondari, solo attori secondari.” Nicolás Gómez Dávila

Il talento non consiste nello scalare affannosamente la struttura sociale al fine di ottenere un ruolo ai vertici di essa.

Il merito non consiste nell’ottenere il riconoscimento, l’ammirazione, il plauso della gente che circonda l’uomo nella sua quotidianità.

La vera bravura (o talento o merito) è la capacità di esprimere il proprio carattere, i propri valori nel contesto (ruolo) che la realtà ci dà l’opportunità di cogliere. Non combattere invano il destino, ma fare di necessità virtù e in essa esprimere appieno il proprio essere, la propria libertà.

Francesco P.

Barbara B.

Nonostante la banalità che spesso vi si attribuisce, il merito ed il talento non sono termini semplici da spiegare, in maniera particolare ai giorni nostri. A mio modo di vedere definirei il merito come una consequenziale attribuzione riservata a quell’individuo che dispone di talento – si noti dunque come questi due termini siano strettamente correlati da una sorta di rapporto simbiotico. Purtroppo, però, pare che la meritocrazia sia “passata di moda”, molto spesso non è proprio il talento ad essere valorizzato ma, più che altro, squallidamente, si pone l’accento su forme di nepotismo, criteri di appartenenza lobbistica o di casta economico-sociale (oligarchia). Alla luce di quanto detto mi sembra pertinente riportare una citazione di Paul Hudson, il quale, analogamente, afferma come il talento vero e proprio sia spesso dimenticato: “Ma a volte, il talento non vale niente. Ci sono migliaia di persone là fuori senza talento che fanno un’infinità di dollari e, purtroppo, un numero eguale di artisti geniali il cui nome e voci non si sentiranno mai”.

Barbara B.

Francesco C.

Come un meccanismo rotto la vita s’eterna o almeno cerca di farlo elaborando una sempre migliore risposta nei confronti del mondo. L’uomo è un essere vivente e come tale non è esente da questo meccanismo: egli infatti elabora con la coscienza una risposta rispetto a ciò che deve superare e nella quale diluisce una goccia di questo desiderio d’eterno.
Considerando talento quella caratteristica che permette all’uomo di superare le condizioni di una prova in modo straordinario, l’uomo venera da sempre tale capacità nella speranza di superare al meglio qualsiasi prova il mondo gli ponga.
Che sia per dimostrare se stesso, per superare un ostacolo o per vincere una sfida il talento è ciò che all’uomo regala le carte giuste per raggiungere il proprio obbiettivo in un’azione che si proietta oltre se stessa e che ambisce ad una risposta, in questo caso il merito, che oltre ad esser contenuta nel risultato conseguente il superamento della difficoltà confermi all’azione la propria immortalità.

“Non chiederti cosa puoi prenderti dalla vita. Chiedi piuttosto cosa puoi dare alla vita.”
Viktor Emil Frankl

Ebbene, siamo l’infinito che cerchiamo al di là delle nostre membra e che si esprime con il talento, cosa dare alla vita di meglio?
In un’azione piena di talento ed impegno non faremo altro che grattare la crosta mortale a ridosso di una strada nella quale cercheremo di superare al meglio ogni ostacolo concesso, cercando così di raggiungere l’illimitato che sentiamo gemere nel petto e che si esprime in un appetito che affama ad ogni morso se stesso.

Francesco C.

Marco D.

TALENTI FILOSOFICI – MERITO E TALENTO

Possiamo effettivamente parlare di “merito”, di “talento”, oppure è solo un concetto artificioso che nella realtà fattuale non ha alcun valore effettivo?
Se decidessimo di svolgere una disamina sulle sue origini ci renderemmo conto che, ovviamente, il valore viene ad esistere soltanto all’interno di società civili con l’unico discriminante del tipo di società (che determina le sue diverse concezioni) e non nelle “civiltà” animali. Questo non solo perché certamente gli animali possiedono un’intelligenza meno sviluppata della nostra, ma anche perché le azioni del singolo membro del branco vengono valutate per quello che sono: prendendo ad esempio un branco di lupi, se uno di essi contribuisce alla riuscita della caccia mangerà, viceversa se non l’ha fatto non mangerà o in certi casi verrà persino tenuto lontano; viene eliminato, insomma, l’aspetto qualitativo dell’azione e rimane soltanto quello quantitativo e consequenziale dell’agire individuale. Per qualsiasi branco è l’azione in sé a venire valutata ed è compiuta solo per l’animale agente, le gerarchie inoltre non rispondono a criteri di merito o talento ma alla semplice effusione del carattere più dominante o più remissivo della bestia individuale.
Se spostiamo invece la nostra attenzione su una società umana entrano nella discussione le nozioni di merito e talento. L’azione viene ora valutata non nella sua individualità bensì negli effetti collettivi che essa porta: l’individuo sparisce col suo agire nella collettività, non più agente ma ridotto a causa degli effetti collettivi di cui sopra. Perciò “talento” viene a significare la capacità di compiere un’azione foriera di effetti collettivi presentata come effusione di grandi doti, e “merito” è il riconoscimento ed il premio per tali effetti. Questi concetti perdono qualsiasi valore individuale nella realtà sociale fattuale, non possiamo nemmeno parlare di una “preistoria del merito e del talento” perché la loro ontologia ed essenza è sempre stata tale lungo tutta la storia dell’uomo sociale: senza società non esistono né il talento né il merito, poiché  necessitano di uno o più soggetti esterni all’individuo agente per essere riconosciuti e di un sistema morale per essere valutati.
Merito e talento vengono ad essere nient’altro che meccanismi puramente umani volti alla sopravvivenza della società a discapito dell’individuo a cui vengono attribuiti: infatti mentre gli effetti collettivi, il merito ed il talento permangono nella società e si ritrovano continuamente nella società, il talentuoso ed il meritevole spariscono invece nei meandri della memoria (a meno che no si tratti di effetti di portata mondiale o storica).

Marco D.

Chiara D.M.

Il talento è quel bambino che scalpita, strilla e si agita. Picchia instancabilmente a destra e a manca, per vedere fino a dove possano arrivare le sue manine. Morde ogni cosa, per capire cosa sia ciò che ha di fronte.
È la capacità – propria di ciascun individuo – di dominare la materia, e quindi – tra l’altro – di poter dare un nome alle cose.
Merito è rimanere fedeli al proprio talento, nel modo particolare – e unico – che esso ha di manifestarsi in ciascuno di noi.
È molto spesso un merito bastante, – senza troppe pompe magne, acclamazioni varie o riconoscimenti, – l’accogliere e il mantenere la propria prospettiva sul mondo. Senza essersi mai voluti adeguare alle tante, e tutte uguali, comode posizioni preconfezionate. Decidere di non smettere di guardare il mondo dalla propria – seppur minima – prospettiva.
Pertanto l’assenza di talenti non implica l’assenza di talento, né l’assenza di meriti vuole dire l’assenza di merito.
“Io vivo la vita sino in fondo, ma sento sempre più che ho delle responsabilità verso quelli che vorrei chiamare i miei talenti. […] Non so ancora come farò a dominare tutta questa materia. [..] Devo essere fedele, non posso più disperdermi come sabbia al vento. […] «Vivere» tutto quanto non è più sufficiente, ci vuole qualcosa di più”. (E. Hillesum, ‘Diario’)

Chiara D.M.

Nicola C.

L’origine del talento. Abbiamo notizia del fatto che l’ampliamento del campo semantico del sostantivo greco tálanton – di incerto etimo indoeuropeo – dall’originario significato “piatto della bilancia” a “bilancia” e “unità di peso” fosse già avvenuto in età micenea, così come traduciamo con “talento” varie misure di massa in uso fin dai tempi dei Sumeri – ben prima dell’istituzione da parte di Solone del sistema monetario ateniese, nel quale il talento costituiva l’unità base. Se l’immagine della bilancia si mantenne in vocaboli che rimandano al topos dell’instabilità (il verbo talantéuo, faccio oscillare, tengo sospeso, lascio fluttuare, o il sostantivo talántosis, oscillazione), di certo maggior successo ebbe il significato di “peso”: un peso tenuto da un uomo (nell’accezione micenea, un talento era considerato il massimo peso che un uomo potesse sostenere), come quello gravosissimo sostenuto dal dio Atlante, il cui nome deriva da tlénai, verbo dal significato duplice: da un lato, tollero, sopporto, sostengo, resisto; dall’altro, ho forza, ho animo, ardisco, oso.
Cos’è, dunque, il talento? Non un quieto possesso, anzi un peso che potrebbe schiacciarci: è questo il senso della celebre parabola contenuta in Matteo 25,14-30 – dalla quale gli esegeti medievali hanno tratto metaforicamente il significato d’uso corrente: sciagura e infelicità portano le risorse che il Signore ci ha dato, piuttosto che prosperità, se non siamo in grado di farle fruttare con l’impegno e la buona volontà. Ed è proprio l’accezione di “volontà, desiderio, aspirazione” ad essere preminente nelle lingue volgari fino al secolo XVI (vedi Dante, Guido, i’ vorrei che tu e Lapo e io, Rime, LII: “sì che fortuna o altro tempo rio/non ci potesse dare impedimento/anzi, vivendo sempre in un talento/di stare insieme crescesse il disio; oppure Inferno, V, 38-39: “…i peccator carnali/che la ragion sommettono al talento).
Non si può svolgere un discorso razionale sul talento senza aver cura di raccogliere tutti questi significati. Possedere un talento vuol dire essere aperti al poter-essere: stare in bilico nell’incertezza del radicalmente possibile, caricarsi del peso insostenibile di un fardello, assumersi la responsabilità di infinite scelte; e chissà, a quel punto, che si smetta di sentirsi gratuitamente gettati nel mondo, che non si arrivi ad aggiogare il proprio arbitrio al carro della Necessità, che l’insostenibilità del fardello non costituisca proprio il fondamento di una meritata leggerezza. La libertà è l’essenza del talento: la condizione del liber in rapporto al pater, una libertà che l’Occidente ha da lungo tempo dimenticato.

“Bisogna immaginare Sisifo felice” (A. Camus) #talentifilosofici

Nicola C.

Ivana C.

“Everybody is a genius. But if you judge a fish by its ability to climb a tree, he will live its whole life believing that it is stupid.” (Albert Einstein). Ciascuno di noi possiede un pesciolino (il “fish” menzionato nella massima di Einstain) che troppo spesso si trova a dover nuotare controcorrente: è l’impalpabile ma quantomai prezioso talento naturale di cui ogni essere umano è dotato sin dal  concepimento, una scintilla complementare all’anima razionale. Inutile negarlo o rinnegarlo: è un bagliore manifesto. Non è l’uomo a scegliere il proprio talento: il merito di cui può fregiarsi, consiste nel saperlo riconoscere e coltivare, a prescindere dal contesto storico-sociale in cui si trova a vivere, delle obiezioni, a costo di deludere aspettative di terzi.  Dante scrisse, nel canto dell’Inferno dedicato ai lussuriosi, che i peccatori carnali eran condannati ad essere travolti da un’eterna bufera poiché “sottomisero la ragione al talento”. Io sostengo, invece, che rimarrà in balia ad una tormenta di perpetua frustrazione e rimpianti chiunque non ha trovato il coraggio per farlo.
#talentifilosofici

Ivana C.

Luca G.

Non esistono i davvero meriti perché non abbiamo fatto nulla per meritarci i nostri talenti.
Prima di tutto vorrei dare una definizione di talento secondo il dizionario: E’ un complesso di doti intellettuali.
Si crede per luogo comune che il merito vada attribuito a chi ha il talento. Invece nessuno ha davvero meriti o (al contrario) colpe, come disse il grande Fabrizio De André -Io credo che ci sia ben poco merito nella virtù e ben poca colpa nell’errore […] perché basta spostarci di latitudine e vediamo come i valori diventano disvalori e viceversa, non parliamo poi dello spostarci nel tempo!-
Questo perché tutti noi non abbiamo fatto nulla per meritarci il talento o l’inettitudine.
Una persona con gli occhi azzurri non ha nessun merito per la bellezza dei suoi occhi, ma allo stesso modo Cristiano Ronaldo non ha nessun merito nonostante tutti quelli che gli vengano attribuiti.
Se l’anima di Adolf Hitler fosse nata nel corpo di Papa Francesco, a quest’ora, quell’anima avrebbe fatto le stesse identiche cose dell’attuale pontefice e viceversa.
Tutto quello che facciamo dipende da quello che siamo. Tutto quello che siamo dipende dalle nostre esperienze a contatto con l’ambiente e alla nostra predisposizione fisica. Per concludere, tutto questo dipende dalla situazione spazio-temporale in cui nasciamo.
Il merito non dovrebbe essere attribuito ad alcun talento perché il talento stesso è un dono che ti viene fornito dalla vita che ti aspetta.
Non esistono scelte, tutto ciò che facciamo è una conseguenza logica necessaria delle nostre esperienze.
Di conseguenza è logico dedurre che non esista nemmeno un libero arbitrio tanto generosamente offerto da un dio per poterci successivamente giudicare.
Se la logica ci porta a dire che non esiste un libero arbitrio ci avvicina anche al poter affermare che di conseguenza non esiste un dio (almeno secondo la classica descrizione).
La logica ci porta al nichilismo che aveva già elaborato Nietzsche di cui successivamente sperò di alleviarne il peso chiedendoci di accettare l’illusione dell’oltreuomo.
L’unica speranza che ti rimane dopo aver colto questa realtà è di esserti sbagliato perché sarebbe decisamente più positivo poter credere che tutti abbiano una scelta e che quindi chiunque possa arrivare a dei meriti.

Luca G.

Ruben O.

Merito & talento è sottrarsi al giogo del “desiderio del desiderio dell’Altro” (J.Lacan), cioè non con-formarsi (rendendosi fasulli) all’idea che (si suppone) gli altri abbiano di noi per essere desiderati-amati; conoscere se stessi (“gnôthi seautòn”: esortazione scritta sul frontone del tempio di Apollo a Delfi, ripresa da Socrate-Platone): diventare nicceanamente se stessi: trovare la propria aretè (virtù greca – se sei veloce, corri!, se sai volare, vola!, se sai riflettere, rifletti!…) – ovvero: farsi divorare vivi da un Sogno-Desiderio-Idea, farsi rapire da essa al settimo cielo, e poi sospingere avanti come da un vento impetuoso! Merito è avere un motore immobile interno che rende dei mobilissimi Mercurio.

(PS Come indica Massimo Cacciari, l’esortazione delfica “conosci te stesso” può essere intesa ironicamente, dal momento che ognuno di noi è impredicabile. Ma, nonostante la nostra essenza sia inviolabile-impredicabile, ciò non significa che relazionandoci ad altro non si possa trovare il proprio dáimon.)

Ruben O.

Lavinia C.

Non ho avuto mai un dolore che un’ora di lettura non abbia dissipato.
Trovo profondamente vera questa affermazione, chi di noi non ha mai trovato conforto in un libro? In una realtà meramente fittizia? Per fuggire dalla monotonia della vita reale e tangibile? I libri sono pensiero, la scrittura è il passaggio immediato tra pensiero e realtà, è un qualcosa che ci permette di rendere immortali i nostri pensieri, la scrittura rende eterno ciò che il tempo logora.

Lavinia C.

Claudia N.

“Quel che uno è comincia a rivelarsi quando il suo talento scema,quando egli cessa di mostrare quel che “può”. Il talento è anche un ornamento,un ornamento è anche un mezzo per nascondersi.”
F. Nietzsche
MASCHERE
Rideva il pagliaccio triste,si divertiva a sfoggiare quel sorriso smagliante di fronte a una sterminata folla in un mondo colorato da stelle filanti e coriandoli.
Quel nasino rosso,le guance rosee che rendevano buffo il viso candido e quell’ insaziabile voglia di prendersi in giro, esplodevano nell’ esilarante frastuono dei sobborghi cittadini,lontano dalla monotona tranquillità di vite al limite. Il grigiore dei palazzi,del buio,del silenzio si trasformava in fasci d’ arcobaleno quando una semplice battuta infrangeva la sottile patina che sporcava la vita.
Nastri di raso e bandiere svolazzavano mosse dal vento e palloncini leggeri accarezzavano l’ aria lasciati andare da  scalmanati fanciulli. Era sempre domenica lì: nell’ interstizio sporco di un negozio ormai chiuso, nella triste indifferenza di chi vedeva, ma non si fermava ad osservare. E quando le luci dei lampioni si spegnevano durante il gelido inverno,anche le tende di quel sipario calavano: la notte scintillante illuminava le strade, mentre le lanterne brillanti di quei due occhi si  sigillavano come petali di margherite. I mille  strumenti tornavano nella piccola valigia color cuoio, le fervide illusioni celate  in un cassetto. I costumi di scena si  macchiavano di solitudine e malinconia mentre lacrime di sangue rigavano il volto dell’ uomo dal trucco ormai sbavato. Come era stato bravo, con grande maestria aveva finto ancora. Il talento di un’ uomo che per anni aveva cercato se stesso era nascosto da una maschera che riusciva a seppellire i segreti di una vita imperfetta. Immobile, come legato da catene, ora se ne stava  rannicchiato su una panchina con il suo fagotto e un tozzo di pane. Quello bastava a renderlo felice, ma quel pane era duro, duro come come il destino che gli era toccato. L’ indomani sarebbe sorta un’ altra splendida alba, chissà quale nuovo ostacolo avrebbe dovuto scavalcare; ma ce l’ avrebbe fatta: ne era convinto. Sarebbe bastato indossare ancora quel falso sorriso: un accessorio che si divertiva a mettere e togliere come una collana di finte perle.

Claudia N.

Gilberto L.

Il merito è una condizione in cui mi ci posso venire a trovare se mi impegno,lavoro sodo e costantemente mantengo saldo l’obiettivo.
Il talento è naturale,è presente in ognuno di noi,chiunque ha un talento,che anche questo,peró,dev’essere allenato è migliorato.
Diciamo che l’unica differenza fra le due cose sta che se non si lavora,qualsiasi merito scema,mentre il talento resta.

Dobbiamo imparare ad aiutare coloro che lo meritano, non solo quelli che hanno bisogno. La vita risponde al merito, non al bisogno.
(Jim Rohn)

Elsa D.

Grazie all’insieme di capacità e possibilità,mischiate con l’audacia, forza e costanza, rendono un tale essere umano un potenziale talento,senonché è quest’ultimo che da volto e caratterizza il culto di questa personalità,originale. Sebbene venga approvato e riconosciuto il talento,ne segue chiaramente il merito,giacchè non è altro che il passaggio di una serie di evoluzioni soggettive che sfociano nell’ottica universale dell’umanità,mediante le strutture della sacietà! …COME UNA NOTTOLA DI MINERVA CHE SPICCA IL SUO VOLO SUL FAR DEL CREPUSCOLO…(HEGEL)

Elsa D.

Lorenzo E.

Il talento è il più grande potenziale contributo che un uomo può dare all’umanità. Come un bocciolo che esiste a prescindere dal fiore, ma che può diventarlo venendo innaffiato quotidianamente, il talento fa parte dell’essenza della persona in questione, ma ha bisogno anche dell’esperienza e di cura per venir fuori al meglio e non morire con il tempo. Al kondo d’oggi questo non è possibile: ma perché? Per spiegarlo possiamo ricollegarci al concetto di merito. Difatti questa è una società meritocratica, dove chi utilizza questo termine è convinto di essere dalla parte della giustizia e dell’uguaglianza. Ma cos’è la meritocrazia? Questo termine venne coniato nel 1954 da un sociologo inglese di nome Michael Young. Tutti purtroppo hanno dimenticato che Young diede una connotazione fortemente negativa a questa parola; ma perché? La risposta è semplice: non si possono esaltare le qualità d’ognuno di noi se il criterio meritocratico “si poggia” su una società dove il mercato è a fare da padrone. Infatti in questo modo solo i talenti conformi ai bisogni del mercato saranno premiati e potranno essere coltivati, mentre tutti gli altri verranno repressi e non valorizzati. Tirando le somme quindi, esistono due tipi di merito. Il primo è quello della società odierna, dove questo è la capacità (il termine fortuna sarebbe più corretto) d’avere un talento conforme alla richiesta di mercato o comunque la tua capacità di prevalere sugli altri in qualcosa che non è neanche un tuo talento. Il secondo tipo invece, che è quello a mio parere che dovrebbe vigere, è la capacità di spiccare per un talento in una competizione dove tutti i partecipanti avevano quella predisposizione. E una società che permette ad un individuo di poter coltivare il proprio talento e conquistare con merito un qualcosa nella vita, è una società meritocratica, questa volta, nel senso più puro del termine.

Lorenzo E.

Elena M.

#talentifilosofici #Michelangelo #CreazionediAdamo #CappellaSistina #Roma

Elena M.

Simona A.

La memoria e’l’unica nemica della felicità #talentifilosofici

Elson D.

L’uomo vive costantemente la sua quotidianità o le sue scelte calcolando il prevedibile . Ciò che si conosce può essere misurato per determinate azioni che esso vuole svolgere. Limitarsi nei propri confini solo perché conosciuti , è uno dei blocchi che persegue la nostra specie, dando poi significati astratti come sfortuna o destino per tutte le conseguenze a noi non percepibili e non accette. Essa è semplicemente il fattore imprevedibilità . Se noi non riusciamo a concepirlo o ad accettarlo , esso non cessa di esistere #talentifilosofici

Humansdesire

Mimmo B.

“L’uomo ordinario non si preoccupa di altro che di come passare il tempo, l’uomo di talento di come impiegarlo.” (Arthur Schopenhauer)
Il talento è una di quelle qualità che apprezziamo di più perché definisce una sfumatura positiva per un uomo… ma in realtà, cos’è il vero talento?
Talento per definizione è un’abilità innata nel fare qualcosa.
Ora fermiamoci a pensare: e se quell’abilità innata fosse semplicemente vivere?
Ci vuole tanto coraggio per vivere una vita e una grande forza d’animo per renderla migliore.
Il talento quindi riflette la nostra quotidianità che nel suo particolare diviene, Hegelianamente parlando, sublime.
Kant non aveva affatto torto.
In estetica il sublime non è “il piacevole” o “l’immensamente meraviglioso” bensì assume un connotato di potenza, maestosità, impeto, stravolgimento… proprio quei talenti che la nostra vita dovrebbe avere.
È la quotidianità che ci permette di assaporare il sublime e rendere la vita talentuosa.
La natura che si rivela immensamente grande e ci fa sentire così piccoli al suo cospetto è una sfida per l’uomo che deve “ribellarsi” ed essere un tutt’uno con essa, capace di affrontarla divenendo il binomio per eccellenza.
L’uomo perciò non può essere semplice spettatore del dono della vita, al contrario deve farne parte.
L’uomo è l’artista, è il genio… l’uomo Kantiano si rivela e si lascia trasportare dall’impeto del Romanticismo.
L’uomo diventa talento, capace di conoscersi, di resistere alle “intemperie della vita” per farne un evento unico ed irripetibile.
Il talento è infine la capacità di elevarsi e sprofondare allo stesso tempo.
Talento è vita.

“Ogni talento è un vampiro che succhia sangue ed energia alle altre forze, e una produzione esagerata può portare quasi alla follia l’individuo più dotato” (Friedrich Nietzsche)
#‎talentifilosofici

Mimmo B.

Laura B.

Fin quando la potenzialità non si fa attività, come atto creativo, appunto, non diventa realtà.
Mi servo dell’idealismo coheniano per definire cosa significhino per me il talento e il merito.
Il talento è l’ideale: solo l’idea può fondare la realtà. In quest’ottica il vero realismo è l’idealismo.
La caratteristica essenziale di questo idealismo è il metodo della fondazione; non fondamenti, (per i quali ciò che è, è già dato) ma fondazioni: tutto va fondato con l’atto creativo dell’idea che produce. Quindi, posto che nulla è e che tutto, invece, deve diventare in un compito infinito, diventa allora determinante non cosa è dato all’inizio, ma cosa di quella potenzialità iniziale, il talento, riesco a trasformare con l’attività che la realizza.
È come se l’ago della bilancia non puntasse più lo 0, ma il 100. Non l’inizio, ma la fine .
Se l’Essere, come qualsiasi altro concetto, (quello di Uomo, ad esempio) fosse dato all’inizio, io non dovrei fare più nulla. La mia azione sarebbe superflua. Io sarei già; Io sarei già Uomo.
L’idealismo coheniano vuole invece suggerire tutto va fondato nel senso che tutto è “compito”, va realizzato secondo questo principio di correlazione tra ideale e reale, tenendo quindi come stella polare l’ideale da realizzare.
Quando, attraverso la mia opera, l’ideale produce la realtà nasce il merito.
Potenza e atto, dunque, questi sono talento e merito per me.
Non nel senso in cui il seme è un albero in potenza, poiché la potenzialità del talento si realizza come atto che produce realtà attraverso una scelta personale che implica volontà.
Il merito è il mezzo attraverso cui la potenzialità si realizza nel mondo. Non è una trasformazione che ha la necessità in seno, ma è frutto di una volontà trasformatrice che sceglie di far fruttare quel seme in vista del fine, l’ideale, da realizzare.
#talentifilosofici

Laura B.

Lunovara

Architetture di pensieri…Senza la geometria la vita non ha punti di riferimento

Lunovara

Sabrina S.

CHIAVE E CATENE
Riflessione sul rapporto individuo-collettività in merito al talento
É relativamente poco importante la ragione che spinse Jean Paul Sartre a rifiutare, nel 1964, il Nobel per la letteratura che già gli era stato assegnato: la sua dichiarazione “Lo scrittore deve rifiutarsi di essere trasformato in istituzione” ci può far riflettere sulla percezione di “talento” e “merito” dal punto di vista di chi li riconosce nell’altro -ad esempio, il pubblico che apprezza o meno un film o un libro-. Il merito viene attribuito quando una performance viene ritenuta particolarmente efficace per raggiungere un fine soggettivo e arbitrario -per quanto molto spesso condiviso, per esempio la risata per un libro comico o la commozione per uno tragico-. Data la libertà di giudizio, il riconoscimento della dimostrazione di talento è appannaggio di ognuno, sia i fruitori che il creatore,cioè colui che ha dimostrato talento.
Al contrario il considerarsi talentuoso è una responsabilità che ricade unicamente sul soggetto “meritevole”: infatti solo egli può scorgere il “suo proprio talento”, per usare termini stirneriani, solo egli può, consapevole dell’errore insito in ogni previsione del futuro, ipotizzare di riuscire a dimostrare ancora del talento, evitando di relegarlo ad un unicum non rappresentativo di una sua propria caratteristica. Un esempio in tal senso è rappresentato da L. Pirandello che, nella sua breve novella “La tragedia d’un personaggio”, ci informa di come la sua ispirazione non venga mai a mancare, tanto che è solito “dare udienza, ogni domenica mattina, ai personaggi delle [sue] future novelle”.
A maggior ragione a causa del fatto che Pirandello ci ha resi partecipi della facilità e spontaneità con cui dà alla luce i suoi apprezzatissimi lavori, nessuno poteva impedire al pubblico di attendere e desiderare di vedere la prima di una sua prossima pièce teatrale o l’uscita di un nuovo libro.
In questo e in molti casi simili il pubblico diventa consumatore e il talento una fonte di guadagno -vuoi materiale, vuoi di stima- per chi viene ritenuto meritevole.
Nulla gli vieta di sfruttare l’apprezzamento dei fruitori per trarne vantaggio, ma se lo fa effettivamente sarebbe auspicabile che tenga presente il fine che si prefigge, senza cadere in ipocrisie verso sé stesso. Sarebbe infatti una menzogna nei suoi confronti se, subendo eventuali limitazioni dall’opinione di chi è il suo pubblico mirato, continuasse a ribadire a sé stesso di non farlo per profitto , ma per libera espressione del suo proprio talento. Dovrebbe essere sempre in grado di liberarsi del giudizio altrui qualora diventasse effettivamente prigionia.
Per questa ragione l’opinione dell’altro dovrebbe rappresentare una valutazione appunto altra, che il talentuoso può scegliere d’ignorare o assecondare, a seconda dello scopo prefissato.
In caso contrario correrebbe il rischio di cadere due volte schiavo: delle sue opere e dell’opinione che gli altri hanno su di loro e peggio, su di lui. Stig Dagerman è stato per esempio talmente logorato dall’aspettativa nei suoi confronti e da questa discrepanza d’interessi da arrivare al suicidio e documentare nel suo “testamento” letterario, “Il nostro bisogno di consolazione”, il disagio che lo affliggeva: “sono a tal punto schiavo del mio talento che non ho il coraggio di farne uso per timore d’averlo perso. Sono poi così schiavo del mio nome da non osare quasi scrivere una riga per paura di arrecargli danno.”

Sabrina S,

Federico Mattia D.

AMOR FATI

“Ciò che non è assolutamente possibile è non scegliere.”
Jean-Paul Sartre,
L’esistenzialismo è un umanismo, 1945

Difficile è oggi poter capire cosa significa talento e merito, parole cadute sotto il peso dell’inutilità. Ci insegnano a diffidarne, una penna in mano, i banchi di scuola, tutto impone equilibrio.
Ma io scrivo solo per tornare all’inizio.
All’antica Grecia, a Talanton; l’ unità di peso, somma di denaro o piatto della bilancia. Un rimando evocativo che ci chiede un ulteriore sforzo per cogliere il sottile filo rosso che, in realtà, subito si dipana, se pensiamo all’ormai usurato piatto della bilancia, che sale e scende, carico di sali, spezie, ori e gioielli. Atene e la Grecia culla dell’occidente e del suo più ampio senso di uomo, sorgente per il resto delle civiltà. Nell’ agorà c’è caos, ma in quella bilancia c’è equilibrio; per poco, e subito il piatto si inclina e con lui denaro e potere. Li vicino nascosti, alle spalle della maschera democratica, sicofanti attentano alla fortuna guadagnata, sfidano  l’unica redentrice: l’eterna volontà ellenica.
Quanto mi piacerebbe perdermi in quella piazza, ma forse cosa sia il talento ce lo suggerisce questa lontana etimologia, un esser inclinati, sbi-lanciati. Un esser protesi che nasce nel cuore della filosofia stessa, nella filos-sofia. Un richiamo erotico verso l’oltre, verso il disquilibrio.
In tutta la sua forza ciò prende forma in Platone, ma non quello manualistico, rigoroso e chiuso nel suo mondo delle idee perfetto ed etereo; parlo, invece, di quell’uomo terribilmente lucido e realistico davanti a questa difficoltà essenziale, consapevole di questo limite umano troppo umano che ci allontana a malincuore dalla compiutezza, dalla definizione e anche dalle Idee.
Al filosofo non resta che la seconda navigazione, deve tornare nella caverna, non sconfitto, ma come è salito così deve scendere. La scala amoris è anche questo, uno sbilanciamento verso l’alto, un seguire-inseguire, in cui Eros ci conduce per mano. Un salire la montagna con fatica e ogni volta ri-iniziare. Questo ci collega al merito. Al merito di non abbandonare la pietra, di portarla ogni volta in alto convinti che nella ricerca stessa risieda la risposta. Platone lo aveva capito e se riusciamo ad immaginarci Sisifo felice, forse la filosofia potrà tornare.
Mi piacerebbe ripercorrere gli inizi di questo viaggio che diede alla luce il senso, al momento in cui il lampo squarciò la notte cupa e il quesito venne posto per la prima volta.
Immaginare chi, tiranno o servo, abbia pronunciato <<filosofia!>>, la sua voce, il tono scherzoso o iracondo, capire se il suo impiego, il suo riverberare nella piazza o nel palazzo, abbia provocato guerre, liti o amori e pensieri. Ma non è il momento, per ora mi basta abbracciare il profondo legame esistenziale tra viaggio e conoscenza, e quale miglior protagonista se non Odisseo in persona, l’eroe itinerante per eccellenza, versatile e capace d’imprevisto. Emblema delle parole profonde, come l’enigma che risiede in lui, in quell’uomo in cui già è problematico il riconoscimento nel proprio nome, Odisseo, Oudeis, nessuno.
Anche lui un uomo dai molti percorsi, reali e mentali, il suo è un essere in cammino, consacrato al significato, una spinta erotica condivisa con la filosofia. Ma lui è Nessuno e nulla può, se non percorrere quel nostos, porre la domanda e riiniziare ogni volta.
Platone, Sisifo, Odisseo uomini che hanno disincantato l’equilibrio, che hanno avuto il merito di lanciarsi.

Tiziano Vecellio (1480/1485 – 1576) – Sisifo –
Madrid, Museo del Prado (Spagna)

Federico Mattia D.

Andrea C.

Il Talento è un nostro asso nella manica per la Felicità, ad esso vanno però accompagnati (come nel gioco delle carte) abilità nel servirsene, ingegno e passione! Se possibile: un po’ di fortuna. O meglio, un’occasione.

Andrea C.

Agata M.

TALENTO: PARADIGMA DELLA NOSTRA ANIMA

Il bestseller “L’eleganza del riccio” di Muriel Barbery si conclude con una luminosa promessa, scoccata dall’arco ambrato dei pensieri nella direzione del più nobile bersaglio, l’infinito: «D’ora in poi andrò alla ricerca dei sempre nel mai. La bellezza, qui, in questo mondo».
Potremo raggiungere quest’etereo obiettivo dedicando, con tenacia, preziose orbite descritte sull’orologio della vita al sublime intarsio della nostra verve.
Inoltre, secondo la limpida ed interessante concezione del filosofo tedesco Arthur Schopenhauer, la fonte principale della felicità umana scaturisce dal proprio intimo.
A tal proposito, si rileva la posizione di Aristotele, il quale pone la ragione, facoltà preminente dell’uomo, all’apice della tortuosa ed affascinante ricerca della realizzazione di ogni individuo.
Prestare ascolto alle nostre peculiari propensioni, assecondare lo svolgersi e l’intersecarsi di attitudini ed interessi rafforza il desiderio di partecipare all’intramontabile poema della vita, accogliendo il florido suggerimento di Walt Whitman: «[…] Il potente spettacolo continua e tu puoi contribuire con un verso».
Il nostro verso non necessita di presentarsi in rima col precedente o col successivo ma si esprimerà con l’inchiostro ed il lessico specifici dell’anima di ciascuno. Il talento è il contenuto di questo essenziale enunciato, il quale ci permette di ammirare il panorama delle nostre risorse.
Declamare e stimare versi intrisi di armonia e novità autentiche, generati da impegno e dedizione, equivale a riconoscerne il merito, incentivando decisivamente il progresso dell’intera società.
Valorizzare il talento, il “plus ultra” insito in ognuno, è la chiave per scoprire i molteplici “sempre nel mai”, sospinti dalla fuggevole brezza della felicità.
Il valore del talento, costantemente “in fieri”, è pari all’evolversi del cielo dalla coraggiosa alba, che racchiude in potenza lo scorrere del giorno, ai pentagrammi di stelle, brillante epilogo dopo aver intrapreso il viaggio alla scoperta della nostra identità.
Secondo quanto esposto nel libro “Ciascuno è perfetto” dello psichiatra Raffaele Morelli, un recente studio neurofisiologico colloca la sede della sostanza del talento nella “zona solare”, area del cervello antico, così denominata poiché è rischiarata dalla “luce della creatività”.
In relazione a questa ricerca propongo la seguente proporzione:
Talento : raggi solari = Merito : riflessione dei raggi solari.
Il talento è avvertire il desiderio di illuminarsi d’immenso; è la volontà di meravigliare sé stessi in primis, poiché l’alone di gloria è «un che di secondario, relativo, soggetto al caso», come puntualizza Schopenhauer nella raccolta “Aforismi sulla saggezza del vivere”.
Il talento, in conclusione, è la meravigliosa necessità di voler rinnovare l’eterno scintillio della nostra “brevis lux”.

#talentifilosofici

Agata M.