Negli anni 90, separatamente, due scienziati hanno identificato diverse molecole che tengono a freno il sistema immunitario, impedendogli di riconoscere e attaccare le cellule tumorali: grazie a questa scoperta, James P. Allison e Tasuku Honjo si sono aggiudicati il Premio Nobel per la Medicina o Fisiologia 2018. Allison ha aperto la via a queste ricerche studiando le proteine che “addormentano” il sistema immunitario e intuendo le loro grandi potenzialità: manipolando il loro freno naturale sarebbe stato possibile aggredire i tumori con nuove armi. Honjo ha contribuito scoprendo una proteina delle cellule tumorali, che funziona anch’essa come freno, ma con un meccanismo d’azione diverso rispetto a quelli noti fino ad allora.

Entrambe le scoperte si sono tradotte nel tempo in nuovi approcci per la terapia contro i tumori che si stanno dimostrando molto promettenti. Ne abbiamo discusso con Chiara Bonini, Professore Ordinario di Ematologia presso UniSR e Capo dell’Unità di Ematologia Sperimentale dell’IRCCS Ospedale San Raffaele.

 

Prof.ssa Bonini, questo Nobel è importante?

Decisamente sì: è un Nobel importante, giusto, che dà speranza. Il Nobel per la Medicina deve dare speranza, e questo in particolare lo fa, perché premia la scoperta, scegliendo due grandi scienziati che la rappresentano, dei meccanismi attraverso cui le cellule tumorali “frenano” il sistema immunitario e fanno sì che questo non veda la malattia, e quindi non riesca a combatterla. Grazie agli studi di questi ricercatori abbiamo arricchito in maniera decisiva la nostra conoscenza di tali meccanismi: conoscerli significa che possiamo anche modificarli, togliendo il “freno” al sistema immunitario e liberando quest’arma naturale per renderla capace di riconoscere e attaccare le cellule tumorali. È un Nobel assegnato all’immunoterapia dei tumori [che studia il modo di “sfruttare” il sistema immunitario per combattere il tumore, N.d.R.].

Di tutti i ricercatori che si occupano di quest’ambito, come mai sono stati selezionati Allison e Honjo?

Perché sono stati i primi a scoprire le due molecole che “frenano” il sistema immunitario nel riconoscimento del tumore: CTLA-4, scoperta da Allison nel 1991, e PD-1, identificata da Honjo un anno dopo. Tali molecole sono espresse dai linfociti T (cellule del sistema immunitario) quando questi esauriscono la loro funzione; il tumore sfrutta questa caratteristica per inibire il linfocita proprio legandosi a questi recettori. “Mascherare” queste molecole con anticorpi (anti-CTLA-4 e anti-PD-1) fa in modo che i linfociti non siano più inibiti, e dunque siano liberi di riconoscere e attaccare il tumore. CTLA-4 e PD-1 sono tutt’oggi le molecole più sfruttate dal punto di vista clinico, a riconoscimento del valore e dell’importanza di questa scoperta che indiscutibilmente merita il Premio Nobel.

Immunoterapia dei tumori: come siamo messi al San Raffaele?

Al San Raffaele abbiamo una comunità entusiasta e molto ben concertata di ricercatori che si occupano di immunoterapia dei tumori. La ricchezza di competenze dei nostri ricercatori permette di studiare, in modo molto approfondito, i molteplici e complessi aspetti dell’incontro tra cellula tumorale e sistema immunitario. Clinicamente il San Raffaele è un centro di eccellenza che vede numeri molto elevati di pazienti affetti da diversi tumori, e che li gestisce con grande cura in ogni fase, dalla diagnosi al percorso terapeutico.

A mio parere, l’aspetto importante è che nel nostro Istituto l’attività di assistenza si combina perfettamente con quella di ricerca: la presenza di un Ospedale, con medici che attraggono e visitano i pazienti in tutti gli stadi di diverse malattie, è un vero beneficio per la ricerca, perché si traduce in un apporto di informazioni, campioni e possibilità di studiare sempre meglio queste patologie. Ne deriva un circolo virtuoso che dona credibilità e visibilità all’Istituto, che in questo modo diventa un centro di riferimento per il paziente che ha bisogno di un trattamento secondo le migliori linee guida, ma anche – se è il caso – con l’ultimo farmaco sperimentale.

Com’è lavorare e studiare al San Raffaele?

Lavorare al San Raffaele è un privilegio. I nuovi farmaci, specie quelli che derivano da queste ricerche, sono molto cari: si tratta di terapie costose nella loro preparazione preclinica, ma soprattutto nella loro produzione, e il San Raffaele resta un Istituto quasi miracoloso, in un sistema paese difficile che investe pochissimo nella ricerca. Per quanto riguarda l’essere studenti all’Università Vita-Salute San Raffaele, penso che dovremmo chiedere direttamente a loro; quel che è certo, è che gli aspetti di cui ho parlato – tra i quali la stretta e proficua collaborazione tra ricerca e clinica – sono a portata di mano, pronti ad essere analizzati e fatti propri dai nostri alunni.

A sinistra, James P. Allison; a destra, Tasuku Honjo. Illustrazioni: Niklas Elmehed. © Nobel Media
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