Neuromielite ottica: il trapianto allogenico di cellule staminali ematopoietiche tiene a bada la malattia

Due persone con neuromielite ottica, una rara e grave malattia autoimmune del sistema nervoso centrale, non mostrano più alcun segno o sintomo della malattia a 15 e 16 anni di distanza da un trapianto allogenico di cellule staminali ematopoietiche. Il risultato, pubblicato sulla rivista Med-Cell Press, è frutto della ricerca condotta da scienziati e scienziate dell’Università Vita-Salute San Raffaele e dell’IRCCS Ospedale San Raffaele. Questa ricerca multidisciplinare è stata coordinata dai Professori Fabio Ciceri e Massimo Filippi, con la collaborazione della Dr.ssa Raffaella Greco, della Dr.ssa Lucia Moiola, del Dr. Giorgio Orofino e della Dr.ssa Angela Genchi.
Neuromielite ottica: una malattia autoimmune
Nella neuromielite ottica il sistema immunitario attacca e distrugge gli astrociti, le cellule di supporto dei neuroni. Di conseguenza, i neuroni perdono la mielina, il rivestimento protettivo che velocizza la conduzione del segnale nervoso, e vanno incontro a degenerazione e morte. La terapia standard prevede l’uso di immunosoppressori, come il cortisone, o gli anticorpi monoclonali, che attenuano la risposta autoimmune senza però bloccarla del tutto, e richiedono un’assunzione per tutta la vita.
Per le persone in cui la terapia standard risulta inefficace, e in soggetti giovani accuratamente selezionati, il trapianto di cellule staminali ematopoietiche rappresenta una possibile alternativa terapeutica. La procedura consiste nel sostituire il sistema immunitario autoreattivo del o della paziente con quello di un donatore compatibile, favorendo così la ricostituzione di un sistema immunitario sano, capace di tollerare i tessuti dell’ospite.
Remissione completa e duratura: i risultati del trapianto
Entrambi il paziente e la paziente inclusi nello studio presentavano una forma di neuromielite ottica particolarmente aggressiva, refrattaria alle terapie convenzionali. In seguito al trapianto, hanno raggiunto una remissione completa e duratura, confermata dalle analisi neurologiche e radiologiche. Il loro sistema immunitario è stato interamente ricostituito: le analisi hanno evidenziato la comparsa di nuovi linfociti funzionanti e tolleranti, e, soprattutto, la scomparsa degli autoanticorpi anti-aquaporina 4, la proteina espressa dagli astrociti alla base dei meccanismi patogeni della malattia.
La procedura è stata ben tollerata e non ci sono stati episodi di graft versus host disease, la complicanza in cui le cellule immunitarie del donatore aggrediscono i tessuti dell’ospite. Entrambe le persone non hanno avuto più bisogno di assumere immunosoppressori.
Complicazioni legate alla terapia
Sono state registrate due complicanze a lungo termine. In un caso si sono sviluppate linfadenopatie reattive, cioè l’ingrossamento dei linfonodi, sedi di maturazione delle cellule immunitarie, regredite spontaneamente. L’altro paziente ha sviluppato un carcinoma vescicale in situ, trattato con successo per via chirurgica.
Lo sviluppo di neoplasie dopo trapianto allogenico è un rischio noto, che richiede un monitoraggio oncologico a lungo termine. La selezione delle e dei candidati al trapianto deve essere rigorosa: la procedura va considerata quando le opzioni terapeutiche standard si rivelano inefficaci. Ulteriori studi su casistiche più ampie sono necessari per consolidare i dati di sicurezza ed efficacia
sottolineano gli autori e le autrici dello studio.
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