Metafisica e Filosofia delle Arti- DIAPROEIN

Il compito della metafisica e della filosofia delle arti, che forniscono lo sfondo metodologico per le indagini scientifiche e le produzioni teoriche del Centro di Ricerca di Metafisica e Filosofia delle Arti (DIAPOREIN), può essere assecondato muovendosi su due fronti, che solo astrattamente e in funzione espositiva sembrano distinti, perché, nella pratica concreta della disciplina, costituiscono un’unità inscindibile.
Per un verso, infatti, la metafisica è chiamata a soffermare la sua attenzione, diacronicamente, sulle faglie e sulle discontinuità che si generano nella trasmissione della filosofia in quanto scienza rigorosa, fermo restando il suo essere comunque intessuta di schemi identitari, di stabilità e di permanenze.
Per un altro verso, invece, la riflessione sulle arti dovrà occuparsi del nesso che viene a instaurarsi in ogni momento storico, lungo l’asse della sincronia, tra il pensiero e quelle forme del fare che, più delle altre, sarebbero state recepite nella storia quali icastiche rappresentazioni di determinati pensieri e determinate prospettive metafisiche. Sia come sia, la produzione del bello e del sublime, ma anche quella del brutto e del disgustoso, hanno sempre costretto i filosofi ad interrogare un’attività che ha sempre dimostrato una potenza unica e speciale, e che ha saputo tessere quella fitta rete di coimplicazioni che hanno eletto le forme del ‘sensibile’ a simboli particolarmente efficaci e determinanti, capaci di indirizzare epoche e spazi emblematici dell’umana convivenza. Funzionando quindi da “zona di scambio” tra idee e realtà, tra costellazioni concettuali e costellazioni pratico-operative.

Le vicende della metafisica e quelle dell’estetica muovono quindi dal presupposto secondo il quale la storia presenta sì una sua naturale vocazione critica, nella misura in cui disgrega la pretesa solidità delle forme di sapere che si pretendono valide sub specie aeternitatis, ma nello stesso tempo fa cenno ad un orizzonte che nel tempo ha sempre vissuto come in uno spazio angusto a partire dal quale sarebbe stato necessario volgersi a quel che tempo non ha. Metafisica ed arte hanno sempre parlato agli umani di qualcosa che, pur vivendo nel tempo e sostanziandosi di tempo, ha sempre negato di risolversi in quel che, di esse, sarebbe stato recepito nel loro tempo. Hanno parlato del tempo da una prospettiva libera dalle catene della temporalità; ed hanno messo a fuoco l’eterno con gli occhi del tempo.

D’altronde, la vocazione costitutiva tanto della metafisica quanto dell’estetica chiama da sempre in causa quella costitutiva ambivalenza che avrebbe continuato, imperterrita, a mettere in crisi i saperi consolidati e le opinioni più comuni. Invitandoci a riflettere in modo particolare su quei momenti critici che costringono in genere a rideterminare – e spesso nella forma più radicale – gli schemi e le identità di volta in volta disegnate all’interno della “grande narrazione” e della sua continuità culturale. A rideterminare cioè quei momenti che si erano dimostrati capaci di mettere in questione le scansioni semantiche dei campi del sapere e del potere; e di rompere l’unità narrativa di una cultura, sino a provocare un’instabilità, una vibrazione temporale, una perturbazione… che avrebbero consentito l’affiorare di nuovi punti di vista, esterni a quella narrazione, e in grado di generare, a loro volta, sempre nuovi racconti. In forma sempre essenzialmente diaporetica.

Da qui l’importanza, per le ricerche che il Centro si prefigge di fare proprie, di seguire le avventure storiche dei concetti, delle idee e delle metafore e, più in generale, di qualsivoglia forma simbolica, magari nel tentativo di decifrare i mutamenti epocali tramite gli slittamenti nei dispositivi semantici delle forme simboliche. Promuovendo in primis l’esercizio del dubbio radicale; sì, quello stesso che conduce ogni volta a dubitare innanzitutto di se stessi”. Ed è dunque dalla griglia di questa imponente narrazione culturale che verranno selezionati, tra gli eventi, quelli a cui si crederà di poter riconoscere più dignità… che siano tali, cioè, da confermare e rafforzare la differenza che, sola, fa, solo di un certo orizzonte culturale, una cultura “alta” (il cui statuto e la cui posizione non sono mai riconducibili al semplice ordine delle argomentazioni e delle sequenze simboliche interne ad essa).