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Alumni in prima fila: altri testimonial si raccontano

28 aprile 2020
Ateneo

L’emergenza li ha trovati pronti: altri nostri Alumni ci raccontano la loro esperienza.

Questo periodo ha comportato, per tutti loro, adattarsi in poco tempo al reindirizzamento e la ridistribuzione di spazi, personale e dispositivi medici in reparti precedentemente non adibiti alla gestione di questa nuova tipologia di pazienti. Una sfida che li ha portati verso nuove esperienze dove avevano già trovato terreno fertile per la loro preparazione professionale

Francesca Mette: classe 2014, ultimo anno di medicina d’urgenza.

Tornata dagli Stati Uniti per un periodo di formazione, si è trovata di colpo in questa emergenza

Mi stavo riabituando alla routine milanese, ma subito è stato stravolto tutto. In pochi giorni i pazienti con tampone positivo sono diventati la maggior parte è il nostro lavoro è stato stravolto completamente. Noi medici di PS da quel momento ci siamo dedicati solo ai pazienti con coronavirus. Sono stati giorni molto intensi, per il carico di lavoro, perché i pazienti erano tanti e molto complessi, ci trovavamo a curare una malattia nuova e molto insidiosa, abbiamo dovuto prendere decisioni molto difficili su come distribuire le risorse.

Usare i dispositivi sanitari porta anche queste situazioni imbarazzanti fra amici!

A volte capita di non riconoscere persone che conosco da quando sono al San Raffaele (12 anni!), amici, o che loro non mi riconoscano e allora parte il “ma chi sei? Scusa ma non riesco proprio a capirlo! E poi c’è anche questo fenomeno molto strano del “scusa non ti sento.

Il San Raffaele come “seconda casa”: l’esperienza vissuta anche da studente ha dato un importante impulso in questo periodo di emergenza

Ho sempre pensato, a prescindere dal coronavirus, che il fatto di considerare il San Raffaele una “seconda casa” e di conoscerne sia le persone che ci lavorano, sia l’organizzazione, abbia permesso un mio adattamento rapido allo stravolgimento che si è venuto a creare.

Bruno Germinario: classe 2017 al secondo anno della Scuola di Medicina Interna.

Bruno è Impegnato nell’Unità Operativa di Malattie Infettive COVID-19, un reparto che non esisteva prima del verificarsi dell’emergenza sanitaria e che è stato creato ad hoc per gestire l’ondata di contagi e di pazienti necessitanti il ricovero ospedaliero.

Trattandosi di un’infezione che dà luogo ad una malattia completamente sconosciuta fino ad alcuni mesi fa, la gestione del paziente COVID-19 non può basarsi su un’esperienza accumulata negli anni o trasferitaci da chi è più competente di noi. Il paziente COVID è per definizione nuovo nella sua presentazione clinica e in poche altre occasioni è capitato di assistere ad una patologia con manifestazioni così molteplici (polmonari, vascolari, ematologiche, immunologiche…) e così variegate tra un paziente e l’altro.

La multidisciplinarità e la collaborazione fra le diverse figure professionali nell’approccio al COVID-19 si è dimostrato un elemento fondamentale, facendo emergere l’umanità come uno degli elementi fondanti di queste professioni.

La strategia adottata nel mio reparto, che credo sia fondamentale in questo caso, è quella della multidisciplinarietà e del confronto. Mettere insieme i punti di vista e le competenze degli specialisti di tutti i campi afferenti alla malattia in questione è l’unico modo per avere una gestione puntuale ed efficace del paziente. Altro tassello fondamentale nell’efficacia di questa organizzazione è stata, secondo me, la stretta e solida collaborazione con le altre figure professionali. Ho visto da parte di infermieri e fisioterapisti uno spirito di abnegazione, che spesso mi ha commosso e mi ha ricordato la cifra fondante della Professione sanitaria: l’umanità. Sarò sempre grato per la disponibilità e la competenza di questi operatori.

Federica Cerri: classe 2004, la prima classe laureata in Medicina in UNiSR Neurologa con dottorato di ricerca in Neuroscience

Trovare fra colleghi, medici ed operatori sanitari in genere la stessa intesa silenziosa nell’affrontare l’emergenza risulta una importante base di lavoro.

In questo momento di crisi globale il mondo sanitario si è trovato prontamente unito con unico obiettivo: aiutare e aiutarsi. E’ con questo spirito che io e molti miei colleghi, normalmente coinvolti in altre attività cliniche e di ricerca, ci siamo offerti a supporto dell’assistenza Covid, mettendoci a servizio dei pazienti e dei colleghi coinvolti fin da subito e più direttamente dalla tempesta sanitaria. (….) ho conosciuto molti operatori sanitari mai incontrati prima nonostante il mio lungo percorso all’interno dell’Ospedale San Raffaele fin dai tempi dell’Università. In tutti ho ritrovato la stessa consapevolezza: nonostante la fatica e la drammaticità dell’emergenza, questa che stiamo vivendo è sicuramente un’esperienza umana e di vita, prima ancora che professionale, che non ci dimenticheremo mai.

Essere in “prima linea”: l’unico posto in cui poter lavorare in questo momento e in cui condividere tante cose, professionali e non.

E’ stato una sorta di tacito accordo, di intesa istintiva che non ha avuto bisogno di essere spiegata nè ostentata: c’è un’emergenza sanitaria su scala mondiale in corso, c’è solo un posto in cui possiamo essere, in prima linea, per la cura dei pazienti. Ed è stata la stessa intesa silenziosa che, senza falsa retorica, ho ritrovato in tutti i colleghi medici e operatori sanitari incontrati nei reparti Covid

"Essere chiamati “eroi” conferma che siamo nella posizione giusta in cui nessuno altro vorrebbe essere, ma in cui usare tutto il coraggio, professionalità e pazienza." 

Mi ha molto stupito la percezione che il mondo “esterno” ha avuto nei confronti degli operatori coinvolti in prima linea. Ci hanno applaudito dai terrazzi, siamo stati chiamati “eroi” verosimilmente perchè eravamo (e siamo) nell’unico posto in cui nessuno vorrebbe essere in questo momento storico.

 

Personalmente, l’unica accezione di “eroe” che ritengo accettabile per il nostro lavoro è quella di Joseph Campbell che definisce eroe “un normale essere umano che fa la migliore delle cose nella peggiore delle circostanze.

E’ da qui che mi rivolgo ai colleghi più giovani: usate il vostro coraggio, la vostra professionalità e la vostra prudenza per fare il meglio per i pazienti, esaltando queste qualità nelle circostanze peggiori, ma facendo in modo che siano parte integrante del modus operandi quotidiano per continuare a vincere le battaglie dell’ordinario e non solo medaglie al valore.

 

Ringraziamo tutti coloro che quotidianamente sono in prima linea e soprattutto i nostri Alumni per la dedizione e il coraggio che stanno dimostrando e per condividere con noi, in questo momento di emergenza, la loro esperienza.

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