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Trappola del senno di poi e coronavirus: cosa dicono le neuroscienze?

Parliamo con il Professor Motterlini dell'hindsight bias

18 giugno 2020
Psicologia

Hindsight bias: come la valutazione ex post può distorcere la percezione di un evento passato.

Filosofia e neuroscienze lavorano spesso insieme per descrivere, indagare e analizzare le situazioni, i processi decisionali e le scelte. Oggi parliamo con il Professor Motterlini della trappola del senno di poi: ovvero come la valutazione ex post possa distorcere la percezione di un evento passato.

 

La trappola del senno di poi (hindsight bias) è una distorsione retrospettiva del giudizio per cui il solo fatto di sapere, a posteriori, com’è andata finire, ci induce a ritenere sistematicamente più probabile quell’esito anche alla luce dei fatti che erano disponibili fin dal principio.

Dopo che un determinato evento si è verificato, cioè, semplicemente questo ci appare più probabile di quanto prima pensavamo che fosse.

Così, a posteriori, anche la pandemia da coronavirus ci sembrerà un disastro annunciato. Ma come hanno fatto, ci si chiede ora, a non agire per tempo?


Presi dall’emotività è facile vestire i panni del “profeta del giorno dopo” e giudicare il passato dalla privilegiata posizione del presente. Il ritornello “Lo sapevo che sarebbe finita così...” ricorre frequente al bar sotto casa, in ufficio, nei telegiornali e talk show della sera, così come nelle aule dei tribunali, nei mercati finanziari, nei reparti d’ospedale. Qui per esempio, accompagnata da senso d’angoscia, rabbia e impotenza, risuona spesso la domanda: “ma come hanno fatto a non capirlo?”; rivolta evidentemente dal paziente e dai suoi familiari in modo accusatorio a quei medici responsabili di non aver saputo anticipare quanto ora, a cose fatte, e guardandosi all’indietro, agli occhi di tutti, appare come un errore evitabile. Dopotutto le cause contro i medici sono quasi sempre inoltrate dopo un evento, non durante. Il meccanismo per cui scatta la trappola è sempre lo stesso: il solo fatto di sapere a posteriori quale fosse la diagnosi corretta, ci induce a ritenere sistematicamente più probabile quella diagnosi alla luce dei dati clinici che erano disponibili fin dal principio.


Ragionare con il senno di poi può corroborare pratiche inadeguate o suggerire l’abbandono ingiustificato di quelle appropriate.

 

La prossima volta che dovesse capitarvi di valutare una decisione medica, prima di ritenere di aver imparato la lezione, converrà pensarci bene: potremmo aver imparato la lezione sbagliata. Il modo in cui la trappola del “l’ho sempre saputo” può indebolire la nostra capacità di imparare dall’esperienza è infatti pernicioso: può alimentare un’immotivata fiducia in noi stessi (“ho sempre saputo che sarebbe finita così”); indurci a mortificarci per errori in realtà imprevedibili e inevitabili (“avrei dovuto sapere che sarebbe finita così”); o renderci facile bersaglio delle critiche altrui (“te l’avevo detto che sarebbe finita così”). 


Che fare, dunque? Un antidoto potrebbe essere quello di soffermarsi esplicitamente sui motivi per cui le cose sarebbero potute andare diversamente. Togliere cioè pregnanza ai giudizi distorti dalla conoscenza dei risultati, per restaurare fino dove è possibile l’iniziale situazione di genuina incertezza, così da farci “sorprendere” anche dal passato. È questa la ricetta che offre, su larga scala, il filosofo della scienza Thomas Kuhn. La dimensione che interessa a Kuhn è nientemeno che quella della critica e della crescita della conoscenza scientifica nel suo complesso, ma la trappola è tale e quale. Con le sue parole: “I manuali scientifici (e molte vecchie storie della scienza) fanno riferimento soltanto a quella parte della ricerca svolta dagli scienziati del passato che può essere considerata un contributo alla formulazione e alla soluzione dei problemi del paradigma accettato dai manuali stessi. […]

Non fa meraviglia che i manuali e la tradizione storica che essi implicano debbano essere rielaborati dopo ogni rivoluzione scientifica. E non fa meraviglia che, dopo che la rielaborazione è stata fatta, la scienza finisce col sembrare largamente cumulativa. Gli scienziati non sono evidentemente l’unico gruppo che tende a vedere lo sviluppo della propria disciplina come un progresso lineare verso il suo stato presente. La tentazione di riscrivere la storia all’indietro è presente ovunque e non muore mai” (La struttura delle rivoluzioni scientifiche, p. 169)
 
“Chi controlla il passato controlla il futuro” – recita lo slogan del Grande fratello che domina il 1984 di George Orwell – e “chi controlla il presente controlla il passato”.

A quanto pare ciò vale per i governi, per la scienza e per la mente umana. 
 
- Matteo Motterlini

 

 

 

 

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