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Quel virus d’oltremare–ovvero, come influenzare velatamente i nostri giudizi

08 giugno 2020
Curiosiscienza

Articolo di Giuseppe Pantaleo, Professore Ordinario di Psicologia sociale e direttore di UniSR-Social.Lab, il laboratorio di Psicologia sociale della Facoltà di Psicologia dell’Università Vita-Salute San Raffaele, in collaborazione con il dott. Federico Contu, studente del Corso di Laurea Magistrale in Psicologia Clinica e collaboratore di UniSR-Social.Lab.

 

In questi lunghi giorni di pandemia, indubbiamente difficili per tutti gli abitanti del pianeta Terra, il Presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, ha particolarmente insistito nel voler rinominare il virus dell’infezione da Coronavirus (COVID-19) ‘China virus’. Sarà un caso? E’ davvero un semplice e innocente riferimento a una zona del Pianeta, a un’area geografica? Agli Psicologi—agli psicologi sociali in particolare—è noto da tempo come qualsiasi processo di categorizzazione sia in grado di indurre, automaticamente e in parallelo, quattro distinti effetti sulla formazione delle impressioni e sulla nostra capacità di formulare un giudizio sociale. Si tratta, essenzialmente, di effetti di distorsione percettiva che si trovano alla base della polarizzazione di percezioni, giudizi e comportamenti. Vediamo meglio di cosa si tratta. Qualsiasi processo psicologico di categorizzazione di stimoli fisici e sociali in due o più classi distinte causa le seguenti 4 distorsioni sistematiche e parallele:

  • l’accentuazione delle differenze inter-categoriali: “Voi siete diversi da noi – e viceversa” (ovviamente, molto di più di quanto non sia o possa essere vero in realtà);
  • l’accentuazione delle somiglianze intra-categoriali: “All’interno del nostro gruppo di appartenenza, noi siamo molto simili gli uni agli altri per atteggiamenti, opinioni, tratti somatici, fisici e comportamentali” (ancora una volta, molto più di quanto sia vero in realtà);
  • il favoritismo per il proprio gruppo di appartenenza (il cosiddetto in-group): “Noi siamo migliori di voi” (anche quando non vi sono basi oggettive per crederlo) e, infine,
  • la discriminazione e la malcelata ostilità nei confronti dei membri del gruppo esterno (il cosiddetto out-group): “Se c’è un vero responsabile [per la diffusione del virus], non siamo certo noi ma loro” (anche quando sia evidente che non vi sono responsabilità circoscritte e univocamente/risolutivamente ascrivibili a qualcosa o a qualcuno)

Questo vale sia in riferimento alle persone (“noi” vs. “loro”) che agli oggetti (i “miei” oggetti vs. i “tuoi” oggetti). Il processo di categorizzazione, benché utilissimo e funzionale in certi frangenti (per es. in certi ambiti scientifici oppure nel produrre risposte ‘veloci’ in situazioni critiche), in altri favorisce invece la deriva di giudizi e comportamenti sociali ad essi collegati.

Ritornando al nostro esempio—a Mr. Trump—ecco allora che l’uso ostentatamente ingenuo e ‘fattuale’ (sic) di particolari categorie linguistiche, come quelle cui rinvia irrimediabilmente l’espressione ‘China virus’, mi pare andare molto oltre la semplice indicazione geografica. Con calcolata ingenuità, in verità con l’uso studiato e reiterato di una particolare categoria/espressione linguistica, ecco che da temibile virus alla base di una serissima infezione (COVID-19) il Coronavirus—ribattezzato ‘China virus’—diventa, d’incanto, anche ‘virus sociale’.

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