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Descritta differenza molecolare tra infezioni da SARS-CoV-2 di diversa gravità

26 agosto 2021
Medicina

Il lavoro, pubblicato su CELL, è il risultato della collaborazione tra il Laboratorio di Microbiologia e Virologia UniSR e immunologi della Harvard Medical School

È stato pubblicato sulla rivista CELL un importante studio su SARS-CoV-2, nato dalla collaborazione tra il laboratorio di Microbiologia e Virologia dell’Università Vita-Salute San Raffaele e la divisione di Immunologia del Boston Children’s Hospital, Harvard Medical School.

Gli interferoni sono sostanze prodotte dalle cellule in risposta ad una grande varietà di stimoli: i ricercatori hanno descritto le differenze molecolari tra le infezioni da SARS-CoV-2 con sintomi importanti e con sintomatologia lieve, identificando proprio nella risposta interferonica a livello delle alte vie aeree un elemento cruciale.

Elevati livelli di risposta antivirale nelle alte vie aeree – meno frequenti nei pazienti più anziani – favoriscono un miglior controllo del virus ed espongono a un rischio ridotto di complicanze gravi.

Il gruppo del Laboratorio di Microbiologia e Virologia UniSR, diretto dal professor Massimo Clementi, è stato coordinato dal professor Nicasio Mancini, che ha condiviso la direzione dello studio con il professor Ivan Zanoni immunologo della Harvard Medical School.

Se è noto che le forme gravi di COVID-19 sono caratterizzate da un’iperproduzione di mediatori immunitari, il ruolo degli interferoni, in particolare di quelli di tipo III, rimaneva ancora da chiarire e aveva dato, in lavori precedenti, evidenze discordanti.

La risposta interferonica, elemento cruciale contro l’infezione

Spiega il professor Nicasio Mancini, direttore della Scuola di Specializzazione in Microbiologia e Virologia UniSR:

“La presenza del virus stimola una risposta che funge non solo da campanello d’allarme per risposte immunitarie successive più raffinate, ma anche per un efficace contenimento del virus a questo livello. Una riposta meno efficace, come osservato nei soggetti più anziani che abbiamo studiato, può portare ad un maggior interessamento delle basse vie respiratorie, dove gli interferoni, sebbene presenti, non sono più in grado di controllare l’infezione e la produzione massiccia di altri mediatori infiammatori.

Questi dati evidenziano ulteriormente come gli interferoni assumano ruoli opposti in sedi anatomiche diverse lungo il tratto respiratorio: una produzione efficiente nelle vie aeree superiori può portare a una più rapida eliminazione del virus e a limitarne la diffusione virale alle vie inferiori. Tuttavia, quando il virus sfugge al controllo immunitario nelle vie superiori, l’abbondante produzione di interferoni nei polmoni, non solo non è in grado di limitare più in modo efficace il virus, ma contribuisce alla tempesta citochinica e al danno tissutale tipico dei pazienti con COVID-19 grave.”.

Il professor Massimo Clementi aggiunge:

Questo lavoro, oltre a fornire alcune conferme motivate e importanti a quanto si rileva nella pratica clinica con i pazienti COVID-19 – pazienti giovani con carica virale alta risolvono efficacemente i sintomi senza interessamento delle basse vie respiratorie – fornisce un’indicazione fino a pochi anni fa impensabile sull’importanza dell’immunità aspecifica nel decorso di una malattia virale: indicazione che andrà approfondita e applicata ulteriormente.”

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