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L'antibiotico-resistenza non dipende dalla modalità di infusione del farmaco

19 giugno 2023
Medicina

Lo dimostra uno studio internazionale coordinato dall’IRCCS Ospedale San Raffaele in collaborazione con numerosi centri di tutto il mondo.

Uno studio multicentrico internazionale coordinato dall’IRCCS Ospedale San Raffaele ha dimostrato come la somministrazione continua o intermittente di meropenem, antibiotico utilizzato per la maggior parte delle infezioni da batteri gram negativi, appartenente al gruppo delle beta-lattamine e inserito nella lista dei farmaci essenziali dell’OMS, non incide sulla prognosi dei pazienti e getta nuova luce sulle politiche sanitarie da adottare per indirizzare risorse umane ed economiche in altri specifici interventi di maggior efficacia.

La ricerca, appena pubblicata sulla prestigiosa rivista JAMA e supportata dall’Agenzia Italiana del Farmaco, è stata coordinata dai professori Alberto Zangrillo e Giovanni Landoni (Ordinari di Anestesiologia UniSR) e Giacomo Monti (Associato di Anestesiologia UniSR) del Centro di Ricerca in Anestesia e Terapia Intensiva dell’IRCCS Ospedale San Raffaele e ha coinvolto 26 Ospedali in 4 nazioni diverse (Italia, Russia, Kazakhstan e Croazia), per un totale di 607 pazienti, costituendo la più grande popolazione di persone incluse in un progetto di ricerca su questo specifico tema.

L’antibiotico resistenza

La resistenza agli antibiotici, ovvero la capacità dei batteri di divenire insensibili alla azione dei farmaci in grado di ucciderli, rappresenta un’emergenza sanitaria di straordinaria importanza. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità il fenomeno dell’antibiotico-resistenza rappresenta una delle più grandi minacce alla salute globale. Si stima che negli Stati Uniti questi particolari batteri abbiano causato oltre 2,8 milioni di infezioni nel 2019 e contribuito alla morte di quasi 36mila persone.

Lo studio

Per questa categoria di antibiotici, le beta-lattamine, il modo in cui vengono somministrati, oltre che la dose e la selezione della particolare molecola, è un elemento fondamentale nel determinare l’efficacia della terapia e il rischio di insorgenza di nuove infezioni o sovra-infezioni.

Grazie all’esito di precedenti studi scientifici e a considerazioni di tipo farmacologico, si è sempre ipotizzato che la somministrazione “in continuo” di questi farmaci, tramite infusione endovenosa continua, rispetto alla classica somministrazione “intermittente”, sempre endovenosa, offrisse un vantaggio in termini di miglior sopravvivenza all’infezione e un minor rischio di insorgenza di batteri multi resistenti a svariati antibiotici. Tuttavia, questa ipotesi non aveva mai trovato una conferma, o una smentita, all’interno di un grande studio scientifico.

Per queste ragioni, il gruppo di lavoro coordinato dai professori Zangrillo, Landoni e Monti, ha elaborato, in un progetto iniziato oltre 10 anni fa, un protocollo di ricerca sperimentale in grado di rispondere in maniera efficace a questa domanda: qual è il modo migliore di utilizzare il meropenem nelle infezioni più severe, quelle che colpiscono malati ricoverati presso le Unità di Terapia Intensiva?

I risultati

Il risultato dello studio è stato neutro, poiché sia la somministrazione intermittente che continua hanno prodotto il medesimo esito: la mortalità dopo 90 giorni è risultata essere identica nei due gruppi, attestandosi al 42%.

“Con questo studio abbiamo dimostrato che la modalità di somministrazione dell’antibiotico non è in grado di modificare in maniera significativa la mortalità o l’insorgenza di nuove infezioni ancora più difficili da trattare”

spiega Giacomo Monti.

“Durante lo studio, non è stato osservato alcun effetto collaterale legato all’infusione del farmaco in entrambe le modalità, e ciò rappresenta un importante indice di sicurezza per entrambi i sistemi di somministrazione”

aggiunge Alberto Zangrillo.

La ricerca ha infine mostrato che non esistono particolari nicchie di pazienti che potrebbero forse beneficiare di una modalità di somministrazione piuttosto che dell’altra.

I risultati della ricerca – continua Giovanni Landoni - “spostano quindi l’attenzione su altri aspetti che si dovranno tenere in considerazione nella gestione del malato che presenta gravi infezioni batteriche in terapia intensiva, valutando di poter destinare risorse umane ed economiche ad altri specifici interventi che potrebbero essere di maggiore efficacia”.

Lo studio dei dosaggi, che potrebbero dover essere aumentati nelle prime ore, la durata della somministrazione, che potrebbe essere ridotta in casi selezionati e l’associazione di altri antibiotici, sono alcune delle specifiche importanti che vanno prese in considerazione.

Conclude il professor Zangrillo:

“Ci auguriamo che lo sviluppo di nuove tecnologie possa aiutare a ottimizzare le diagnosi delle infezioni, anticipandole e rendendole più precise e che, grazie all’utilizzo di farmaci e tecniche adiuvanti, si possano migliorare le capacità del sistema immunitario dei pazienti a reagire all’infezione, senza amplificare la risposta infiammatoria”.

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