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Identificati i “neuroni del sonno”: l’intervista al Prof. Ferini Strambi

04 gennaio 2019
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Un gruppo di ricercatori del Beth Israel Deaconess Medical Center di Boston ha identificato i “neuroni del sonno”. Già scoperti 20 anni fa nei topi e da allora più volte studiati, soltanto adesso è stato riconosciuto il ruolo fondamentale che rivestono nel sonno. I risultati, pubblicati sulla rivista Nature Communications e per ora raccolti solo sui topi, indicano che quando questo gruppo di neuroni è acceso riesce a fare “addormentare” il cervello, mentre quando è danneggiato causa l’insonnia.

Il nucleo preottico ventrolaterale (VLPO) svolge un ruolo fondamentale nel determinare il sonno” spiega il Professor Ferini Strambi, Ordinario di Neurologia dell’Università Vita-Salute San Raffaele, Primario del Centro di Medicina del Sonno dell’IRCCS Ospedale San Raffaele Turro ed ex Presidente della World Association of Spleep Medicine. “Circa l’80% dei neuroni di questa regione contiene due neurotrasmettitori – le sostanze che veicolano le informazioni fra i neuroni – quali GABA e galanina, che svolgono una funzione inibitoria sui centri della veglia. Lo studio pubblicato è un’ulteriore dimostrazione dell’importanza dei neuroni che producono galanina”. Negli esperimenti condotti, i neuroni del sonno sono stati controllati utilizzando un raggio laser o dei composti chimici. “In entrambi i casi, la stimolazione di questi ha indotto negli animali un sonno profondo; al contrario, gli stessi neuroni danneggiati o perduti, ad esempio in seguito al normale processo di invecchiamento, hanno provocato insonnia”.

Un altro aspetto importante evidenziato dagli autori è il diverso effetto della frequenza di stimolazione: solo una stimolazione a bassa frequenza, da uno a 4 cicli al secondo, promuove il sonno”. Se stimolati più velocemente invece, come accaduto in un precedente studio, questi neuroni si disattivano completamente.

I ricercatori hanno inoltre notato che l’attivazione continua dell’interruttore nei topi porta a una drastica ipotermia, cioè una riduzione della temperatura corporea (4 – 6 °C). “Per questo motivo si ritiene che gli stessi neuroni possano giocare un ruolo nel sonno prolungato e nel calo di temperatura negli animali che vanno in letargo” conclude il Prof. Ferini. “A tal proposito occorre ricordare che l’abbassamento della temperatura corporea si accompagna ad un più facile addormentamento”.

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