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La malattia del nuovo Coronavirus cambia nome: Covid-19 (e perché è importante rinominarla)

12 febbraio 2020
Curiosiscienza

A un mese dall’annuncio della prima vittima a Wuhan, lo scorso 11 gennaio, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha deciso di dare un nome alla malattia respiratoria causata dal nuovo virus, sviluppatosi in Cina e diffusosi in tutto il mondo. L’appellativo “Coronavirus” usato finora, infatti, si riferisce alla famiglia di virus cui questo tipo appartiene, piuttosto che al virus in sé.

Il nome scelto per la malattia è Covid-19: “Co e “vi per indicare la famiglia dei Coronavirus, “d” per indicare la malattia (disease in inglese), “19” per identificare la data di scoperta nel 2019. Il nome del virus, inizialmente denominato 2019-nCoV, sarà adesso SARS-CoV-2.

In conferenza stampa a Ginevra, il direttore generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus ha spiegato l’importanza di dare un nome al nuovo Coronavirus: “Abbiamo dovuto trovare un nome che non si riferisse a una zona geografica, a un animale a un individuo o a un gruppo di persone e che fosse anche pronunciabile e riferito alla malattia”.

Il nuovo nome dunque evita riferimenti geografici e culturali, per non “etichettare” nessun Paese o popolazione in particolare e scansare ogni tipo di stigmatizzazione.

Perché è importante dare un nuovo nome ai virus

Già nel 2015 l’OMS ha pubblicato una guida, esortando gli scienziati a evitare nomi che potrebbero causare inutili effetti negativi su nazioni, economie e persone:

“I termini che dovrebbero essere evitati nei nomi delle malattie includono aree geografiche (es. West Nile virus, febbre della Rift Valley), nomi di persone (ad esempio Malattia di Creutzfeldt-Jakob, malattia di Chagas), specie di animali o alimenti (ad esempio influenza suina, influenza aviaria), riferimenti culturali, di popolazione, industriali o professionali (ad esempio legionari) e termini che incitano alla paura indebita (termini quali sconosciuta, fatale, epidemia)”

Al contrario, il nome del virus dovrebbe contenere “termini descrittivi generici, in base ai sintomi, a coloro che colpisce, alla sua gravità o stagionalità”.

Lezioni dal passato

In passato diversi sono stati i fraintendimenti e le connotazioni negative dovuti proprio a una erronea denominazione di un virus.

Ad esempio, nel caso di HIV la malattia fu inizialmente chiamata GRID (Gay-related immunodeficiency): questa definizione contribuì a dare un senso di falsa rassicurazione alla comunità eterosessuale, che per diverso tempo ritenne di poter essere immune dal contagio.

Per il suo nome, la MERS (Middle-East Respiratory Syndrome), denominata per la sua insorgenza in Medio Oriente, fu difficilmente identificabile quando arrivò in Sud Corea nel 2015.

Venne chiamata “spagnola” l’influenza che – tra il 1918 e il 1919 – causò oltre 50 milioni di morti. Erroneamente si credette che il virus fosse diffuso solo nella penisola iberica; il nome venne scelto invece perché i giornali della Spagna (paese allora neutrale) furono i primi a poter riferire liberamente delle conseguenze della malattia in periodo di guerra.

In altre circostanze, virus e microrganismi hanno preso il nome dal luogo o dalla regione in cui sono stati identificati per la prima volta: è il caso ad esempio di Ebola (da un fiume nella Repubblica Democratica del Congo), della malattia di Lyme (da una città del Connecticut), del virus Hendra (dall’omonima città vicino a Brisbane in Australia).

Secondo l’OMS, la sigla scelta eviterà “altri nomi che possano essere inaccurati o stigmatizzanti e darà anche un format standard da usare per ogni futura epidemia di coronavirus”.

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