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Uso dei social e smart working: cosa dice il neuromarketing?

04 aprile 2020
Curiosiscienza

Di tecnologie e social network si parla spesso con un’accezione negativa, associati a episodi di cyberbullismo, diffusione di fake news, colpevoli di instaurare “connessioni” anziché “relazioni sociali”. Mai come in queste settimane, invece, la digitalizzazione sta aiutando a sentirci più vicini, a proseguire il lavoro e le attività didattiche, nonché a moltiplicare comportamenti virtuosi e azioni solidali quali campagne di crowdfunding e iniziative come #iorestoacasa. Come si può commentare questa “evoluzione” delle tecnologie? Cosa si può dire dell’opportunità rappresentata dallo smartworking?

Abbiamo raccolto il commento di Lorenzo Dornetti, laureato in Psicologia (con menzione ad honorem) presso il nostro Ateneo e fondatore di NEUROVENDITA, il “know how” esclusivo, innovativo e brevettato che traduce le più recenti scoperte scientifiche sul funzionamento cerebrale in servizi per accelerare le vendite. Neurovendita collabora con il 23% dei top brand mondiali, secondo la classifica Forbes 2019. La chiave di lettura delle neuroscienze consente una lettura differente ed una previsione accurata di fenomeni sociali connessi ai comportamenti d’acquisto, “entrando di fatto dentro al cervello che sente, compra e sceglie”.

I social network “diffusori” di buone notizie

“Il mio punto di vista è quello delle neuroscienze applicate alle organizzazioni commerciali” premette il Dott. Dornetti “ma a mio parere ci sono alcune riflessioni interessanti da fare. Innanzitutto, negli ultimi tempi vediamo “emergere” sulle nostre bacheche un maggior numero di contenuti positivi, ad esempio storie che raccontano episodi di sostegno reciproco, solidarietà, generosità. Questo può essere spiegato dal fatto che le persone trascorrono molto più tempo sui social network, non solo come fonte di distrazione ma anche per aggiornarsi e ricercare informazioni. Notizie fake o negative attirano più facilmente l’attenzione, ma più tempo sui social significa anche più tempo a scorrere le bacheche, con maggiori chance di imbattersi in argomenti che parlano di bontà e altruismo. Altra spiegazione a questo fatto può essere il calo delle pubblicità. Per le aziende, la grande sfida nei prossimi mesi sarà comprendere come si comporteranno i clienti al termine dell’epidemia. Nell’attesa di riorganizzarsi, gran parte di esse ha ridotto i budget pubblicitari: venendo meno i post sponsorizzati, viene lasciato più spazio ai “cittadini comuni”, i cui contenuti risultano più in evidenza.

È invece un grande momento per i social ad uso professionale. In un tempo difficile, di timore per il futuro del proprio lavoro, abbiamo notato una più elevata propensione ad entrare in relazione: grazie a questi network, chi offre un servizio e chi si candida per una posizione lavorativa dialogano con più facilità. Ovviamente non sempre si finalizza un colloquio o un’assunzione, ma di certo è un fenomeno notevole”.

Lo smart working: una sfida per le neuroscienze

“Lo smart working si è sviluppato negli Stati Uniti in seguito agli attentati dell’11 settembre 2001, a causa del timore di recarsi in ufficio da parte dei lavoratori. Finora in Italia non era una modalità diffusa, o comunque era molto limitata ad alcune aziende, escludendo le posizioni legate al management ed alle vendite. Dal punto di vista delle neuroscienze, la capacità di lavorare da casa richiede un adattamento incredibile, in quanto significa apprendere competenze nuove, imparare a organizzare e gestire le proprie skills lavorative in un contesto insolito, con spazi e ritmi diversi, magari anche con bambini in casa: è una sfida enorme dalla quale sarà difficile tornare indietro. In uno scenario in cui, al termine del lockdown, si potrà tornare a una progressiva normalità con delle restrizioni, tanti lavori che attualmente prevedono metodi classici di relazione col cliente (front offices, punti vendita,…) dovranno ricorrere a sistemi di connessione da remoto oggi poco utilizzati. In futuro dovremo quindi confrontarci con la ridefinizione delle relazioni lavorative, e imparare ad essere produttivi in regime di smart working, che potrebbe stabilirsi in maniera rilevante in numerose organizzazioni”.

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