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Nuove evidenze sul potenziale terapeutico dell'LSD nei disturbi d'ansia

14 aprile 2022
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Un gruppo internazionale di ricercatori ha scoperto il meccanismo con cui il noto allucinogeno è in grado, a basse dosi, di proteggere dall'ansia associata a condizioni di stress

A mezzo secolo dallo stop agli esperimenti nel campo, l’idea di utilizzare sostanze allucinogene per il trattamento dei disturbi psicopatologici – purché somministrate a basse dosi, insufficienti a produrre allucinazioni, e in un contesto controllato – sta tornando di grande attualità

I dati che emergono dai sempre più numerosi studi condotti negli USA, in UK e in Svizzera – alcuni anche in contesto clinico – suggeriscono che questa classe di farmaci a lungo dimenticata sia potenzialmente efficace per una varietà di condizioni psicopatologiche: depressione, ansia, disturbi psicosomatici e forme di dipendenze, innanzitutto quella da alcol.

Nonostante questi primi successi però, ancora poco si sa dei meccanismi neurobiologici alla base dell’azione ansiolitica degli allucinogeni. Un nuovo tassello del puzzle si è aggiunto di recente, grazie al lavoro di un team internazionale di scienziati che ha lavorato tra l’Italia e il Canada, identificando per la prima volta il meccanismo con cui l’LSD riduce i sintomi d’ansia in un contesto di stress.

Lo studio, pubblicato su Neuropsychopharmacology e coordinato da Gabriella Gobbi, professoressa ordinaria di psichiatria della McGill University di Montreal, è stato condotto da Danilo De Gregorio, oggi ricercatore all’Università Vita Salute San Raffaele di Milano, dove è arrivato da poco, dopo diversi anni di ricerca presso la McGill University.

L’obiettivo di De Gregorio è continuare in Italia i suoi progetti di ricerca sul potenziale farmacologico degli allucinogeni – ambito di crescente competitività internazionale e ancora poco presente nel panorama scientifico italiano.

Il potenziale trascurato degli allucinogeni

La scoperta e l’introduzione nella pratica clinica degli SSRI – comunemente chiamati antidepressivi, sebbene largamente usati anche per il trattamento degli stati ansiosi – è stata l’ultima grande rivoluzione farmacologica in campo psichiatrico. Questi farmaci, il cui acronimo sta per “Inibitori Selettivi della Ricaptazione della Serotonina” ma noti soprattutto con i loro nomi commerciali (come Prozac o Zoloft), agiscono proprio aumentando il rilascio della serotonina, un neurotrasmettitore fondamentale nel regolamento dell’umore, nella percezione di benessere e nei comportamenti pro-sociali.

Gli SSRI sono farmaci con un ottimo profilo di sicurezza e pochi effetti collaterali, ma purtroppo non risultano ugualmente efficaci in tutti i pazienti con disturbi d’ansia o dell’umore. Ecco perché è fondamentale sviluppare nuove terapie: ci sono pazienti che soffrono e per i quali al momento non abbiamo soluzioni altrettanto efficaci e sicure – afferma Danilo De Gregorio, primo autore dello studio pubblicato su Neuropsychopharmacology. – È qui che entrano in scena gli allucinogeni, che sono tra le classi di farmaci su cui sta concentrando maggiormente la nuova ricerca in psicofarmacologia.

Si tratta di sostanze – LSD, psilocibina, ayahuasca e MDMA – studiate come potenziali farmaci in ambito psichiatrico già nel secondo dopoguerra, sia negli Stati Uniti sia in Europa. Durante gli anni Settanta però, una serie di leggi approvate in tutto il mondo per combattere il commercio illegale e l’abuso di queste sostanze ha reso praticamente impossibile continuare la ricerca nel campo, che si è interrotta fino ai primi anni 2000.

Da allora l’interesse scientifico nel campo è esploso. Oggi LSD, psilocibina, ayahuasca e MDMA sono in via di sperimentazione – con dosaggio controllato e in contesto protetto, spesso come ausilio alla psicoterapia – per una serie di disturbi psichiatrici quali ansia, depressione, disturbo da stress post-traumatico e dipendenza da sostanze d’abuso come l’alcol o l’eroina.

Continua Danilo De Gregorio:

Sebbene i dati preliminari – sia preclinici sia clinici – siano molto positivi, rimane moltissimo da capire, innanzitutto sul meccanismo d’azione di queste sostanze. Solo studiandole possiamo sfruttare al massimo il loro potenziale e ridurre al minimo gli effetti collaterali e i rischi per la salute, che sono reali: le sostanze psichedeliche possono infatti causare episodi transienti simili alla psicosi.

Gli esperimenti effettuati alla McGill University

Il team di scienziati guidati da Danilo De Gregorio, con la supervisione e il coordinamento della prof.ssa Gobbi, ha testato la somministrazione continuativa – per sette giorni – di basse dosi di LSD in un gruppo di topolini sottoposti a condizioni di stress, che è la prima causa dei disturbi d’ansia.

Lo studio ha permesso non solo di dimostrare l’efficacia dell’LSD nel ridurre i comportamenti d’ansia nel gruppo di topolini, ma anche di identificare lo specifico meccanismo di azione della sostanza, che sembra agire in modo del tutto simile alla classe di farmaci più descritti per il trattamento dell’ansia e della depressione: gli SSRI.

L’LSD agisce infatti aumentando la trasmissione di serotonina, che viene invece ridotta in condizioni di stress. L’aumento della serotonina è molto probabilmente dovuto all’azione desensibilizzante dell’LSD nei confronti di un recettore a cui si lega questo neurotrasmettitore: il recettore 5-HT1A, ed a fronte della sua ridotta attivazione, i neuroni sono stimolati a produrre maggiori quantità di serotonina.

Non solo, ma l’LSD a basso dosaggio è in grado di promuovere la neuroplasticità, aumentando la formazione di quelle che vengono chiamate “spine dendritiche”, ovvero le ramificazioni che consentono a ogni neurone di collegarsi agli altri, trasmettendo il segnale nervoso, e che risultano degradate in condizioni di stress.

Si tratta di risultati incoraggianti ma ancora parziali, anche perché ottenuti in modelli animali che riproducono solo parzialmente la complessità delle condizioni psicopatologiche – conclude De Gregorio – Serviranno ulteriori studi di laboratorio per confermare questo meccanismo di azione e soprattutto per dimostrare, in contesto clinico, la sicurezza e l’efficacia dell’LSD a basso dosaggio nei pazienti con disturbi d’ansia e depressione.

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