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Inaugurazione Interfaculty Centre for Gender Studies

02 dicembre 2016
Ateneo

14 dicembre 2016, aula San Raffaele, ore 14-18

Ai nastri di partenza “Gender”, il centro di ricerca sugli studi di genere, nato dalla collaborazione tra le facoltà di Medicina, Psicologia e Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele e l’Ospedale San Raffaele.  Medici, infermieri, ricercatori, psicologi e filosofi svilupperanno insieme le proprie ricerche sulle questioni di genere, mettendo anche al centro il rapporto tra la ricerca scientifica, la società e la giustizia.

L’incontro è articolato in due parti. La prima è volta alla presentazione di ricerche di genere già in corso da tempo all’interno delle facoltà e dell’Ospedale San Raffaele. La seconda parte del workshop è invece focalizzata sul rapporto tra ricerche di genere e mondo sociale e istituzionale e si sviluppa intorno alla tavola rotonda “Ricerca scientifica, società e giustizia”.

La tavola rotonda, coordinata da Elena Tebano, giornalista del Corriere della Sera (La ventisettesima ora) ed esperta in questioni di genere, mette a tema il rapporto tra le questioni di genere affrontate dalla ricerca scientifica, ed esemplificate nelle presentazioni della prima parte del workshop, e la società quale contesto in cui tali ricerche si riversano costituendo uno strumento cruciale di analisi, verifica e implementazione della giustizia sociale. È quindi in questa prospettiva che alla tavola rotonda sono stati invitati a partecipare e a discutere, insieme con il Direttore operativo dell’area ricerca San Raffaele (Anna Flavia Einaudi d’Amelio):

  • rappresentanti delle istituzioni del Comune di Milano e della Città Metropolitana di Milano (Pierfrancesco Majorino, Assessore politiche sociali, salute e diritti, Comune di Milano; Arianna Censi, Vice-sindaco della Città metropolitana di Milano; Mauro Grimoldi, Coordinatore scientifico della Casa dei diritti del Comune di Milano)
  • scienziate e medici promotori delle questioni di genere sul territorio di Milano (Adriana Albini, Top Italian Women Scientists; Barbara Garavaglia, IRCCS Carlo Besta; Alessandra Kustermann, Centro Soccorso Violenza sessuale e domestica, Fondazione IRCCS Ospedale Maggiore Policlinico, Mangiagalli e Regina Elena)
  • una casa farmaceutica sensibile alla medicina di genere (Delia Colombo, Value and Access Head, Novartis Pharma)
  • il Centro di ricerca interuniversitario in Culture di Genere al quale afferiscono sei atenei della città di Milano (Marilisa D’Amico, Unimi, Consiglio scientifico del Centro di ricerca interuniversitario in Culture di Genere).

Qui di seguito gli abstract degli interventi della prima parte, sullo stato della ricerca UniSR

 

Linguaggio, potere e identità

Claudia Bianchi (Facoltà di Filosofia, UniSR)

Il linguaggio è un elemento chiave nella creazione, mantenimento e rinforzo delle identità sociali, e di conseguenza anche delle asimmetrie e delle ingiustizie sociali. Una delle declinazioni più interessanti del tema della discriminazione (sessismo, ma anche razzismo e omofobia) è legata a quello che è diventato comune chiamare hate speech, o linguaggio d’odio.

Il ricorso al linguaggio d’odio svolge una duplice funzione. Certamente le espressioni di odio sono un attacco diretto a individui, gruppi, comportamenti percepiti come estranei e in qualche modo minacciosi: la valenza di aggressione è quella più evidente, anche perché la violenza verbale evoca e allude a quella fisica. L’altra funzione è quella che potremmo chiamare di propaganda : frasi ed espressioni misogine, razziste, omofobe sono un modo per attestare la propria identità culturale, sociale e politica, per affermare la propria appartenenza al gruppo dominante.

L’attenzione a questi fenomeni è essenziale perché chi parla, soprattutto se da una posizione di autorità e soprattutto se in contesti istituzionali, ha una pesante responsabilità. Ciò che diciamo cambia i limiti di ciò che può essere detto, sposta un po’ più in là i confini di ciò che viene considerato normale, assodato, legittimo. Cambiano gli standard del discorso, e del discorso politico: frasi razziste, misogine, omofobe – se non vengono pubblicamente messe in discussione – vengono implicitamente legittimate, chi parla viene tacitamente autorizzato, e questo rende più accettabili ulteriori asserzioni razziste, misogine, omofobe. E cambiare i limiti di ciò che può essere detto cambia i limiti di ciò che può essere fatto : ci abituiamo a questa mancanza di attenzione e vigilanza, e in questo modo diventa più accettabile la mancanza di vigilanza sulle azioni, oltre che sulle parole.

 

Il corpo vissuto: spunti per una fenomenologia di genere

Francesca Forlè (Facoltà di Filosofia, UniSR)

Il dibattito sull’identità sessuale, l’identità di genere e la loro relazione è al centro della discussione filosofica già da alcuni decenni. Negli ultimi quarant’anni, in particolare, si sono contrapposte teorie che negano valore ontologico ed epistemologico alle categorie di sesso e genere – facendone dei meri concetti costruiti attraverso pratiche sociali e ideologiche (Butler 1990, Guillamin 1992) – e teorie secondo cui l’identità di genere e le differenze sessuali hanno una base oggettiva nella realtà (biologica e legata alle funzioni riproduttive), indipendentemente dalle pratiche umane e da pluralità storico-culturali (Alcoff 2005, Haslanger 2000).

Oggi, al contrario, ci si interroga maggiormente sul modo in cui fattori biologici, e più in generale naturali, e fattori socio-culturali interagiscano nella definizione dell’identità personale di ciascuno e nello specifico nella definizione dell’identità di genere. Nel dibattito filosofico, in particolare, si ricercano concetti teorici che permettano di tematizzare e indagare al meglio l’interazione tra questi fattori (Heinämaa 2011, 2012). Un concetto promettente da questo punto di vista è il concetto fenomenologico di corpo vissuto (o corpo proprio) e i concetti ausiliari di body-schema e body-image (Husserl 1952, Gallagher e Zahavi 2008). Il corpo proprio è il nostro corpo considerato non solo in quanto oggetto fisicamente e biologicamente definito, ma anche in quanto corpo vissuto da una prospettiva in prima persona, capace di esprimere la propria identità personale e di genere. La reciproca influenza tra il nostro corpo in quanto oggetto fisico, il modo in cui lo viviamo pre-riflessivamente (body-schema) e l’immagine che ce ne facciamo o che gli altri ci attribuiscono anche sulla base di categorie socio-culturali (body-image) permette di tematizzare meglio il modo in cui fattori naturali e socio-culturali contribuiscono a definire la nostra identità di genere.

 

La cura: femminile singolare?

Valentina Di Mattei (Facoltà di Psicologia, UniSR)

Quando si parla di relazione medico–paziente si fa riferimento a una serie di fattori che determinano la specificità della relazione di cura. La crescente focalizzazione degli ultimi anni sulle tematiche di gender ha posto l’accento sul fattore ‘genere’, avviando nuovi filoni di ricerca relativi all’analisi del suo impatto. La letteratura sul tema evidenzia come il genere di curati e curanti può influire sulle caratteristiche della loro interazione e sui conseguenti outcomes. Ad esempio, si sono evidenziate specifiche differenze nelle modalità di condurre le visite da parte di curanti uomini e donne e nei relativi livelli di soddisfazione esperiti dai pazienti. Sono stati condotti inoltre approfondimenti su alcune differenze nelle modalità con cui vengono vissuti ed elaborati i temi della malattia. Questo sta portando all’individuazione di modelli di assistenza definiti “gender-sensitive”

 

Neuroscienze di genere

Daniela Perani (Facoltà di Psicologia, UniSR e Ospedale San Raffaele)

Le ricerche nell’ambito delle neuroscienze cognitive e neuroscienze cliniche indirizzate specificamente alla valutazione delle differenze di genere sulla struttura e sul funzionamento del sistema nervoso centrale hanno riportato numerose evidenze grazie anche all’utilizzo delle tecniche avanzate di neuroimmagine.  Queste differenze riguardano sia la morfologia di strutture cerebrali sia il coinvolgimento diverso di sistemi neurali legato a differenti strategie cognitive. Un altro campo di estremo interesse è quello della riserva cognitiva e cerebrale nell’invecchiamento  fisiologico e in presenza di malattie neurodegenerative. Con queste ricerche si vuole capire il ruolo dell’educazione, dell’occupazione, del bilinguismo nella costruzione della riserva funzionale cerebrale nel cervello femminile e le differenze con quello maschile, studiare i diversi effetti dei processi di invecchiamento cerebrale e, nell’ambito neuropatologico, le differenze di genere nei processi degenerativi, nell’accumulo di proteine patologiche (amiloide, tau), nel procedere e nell’entità dell’atrofia cerebrale.

 

La differenza di sesso e genere: un potente strumento di indagine scientifica

Paola Panina (Ospedale San Raffaele)

Molte delle nostre attuali conoscenze dei meccanismi alla base dei processi fisiologici e patologici derivano da studi svolti in cellula e/o in vivo in modelli animali di malattie umane. Questi studi, parte fondamentale della ricerca biomedica, precedono la sperimentazione sui pazienti e sono destinati a definire i meccanismi alla base di specifiche malattie e a sperimentare nuove terapie farmacologiche, valutandone l’efficacia e la sicurezza. Risulta evidente quindi come l’adeguatezza e appropriatezza del disegno sperimentale di questi studi sia fondamentale per predirne l’impatto in clinica. Uno dei limiti di questi modelli è spesso legato a un’inadeguata valutazione dell’impatto che differenze di sesso e genere possano avere nell’analisi e nell’interpretazione delle variazioni biologiche, dei sintomi associati a malattia, e della risposta a trattamenti farmacologici.

Affinché i risultati della ricerca di base possano essere efficacemente tradotti in clinica, le differenze dovute al dimorfismo sessuale e alle condizioni ambientali che regolano le risposte biologiche nei due sessi devono essere considerate fin dalla progettazione iniziale del disegno sperimentale.

I nostri studi dimostrano inconfutabilmente come la variabile “sesso” influenzi la risposta biologica associata all’espressione di una serie di geni al centro di meccanismi fondamentali per il corretto funzionamento del nostro organismo. Un esempio fondamentale di questo principio: la deplezione di un gene codificante per una proteina che lega lo zinco (metallo essenziale nella funzione di molte proteine di rilevanza fisiopatologica) ha effetti funzionali sostanzialmente diversi in femmine, rispetto ai maschi, sottoposte a dieta priva di zinco. Anche l’invecchiamento manifesta risposte diverse tra maschi e femmine nell’associazione tra fattori di rischio genetici e ambientali nella risposta a un insulto neurodegenerativo.

 

Depressione di genere

Cristina Colombo (Facoltà di Medicina, UniSr)

Le patologie psichiatriche hanno presso le società occidentali un’incidenza elevata e, secondo alcuni, in costante aumento: si calcola che una persona su cinque nel corso della vita abbia sofferto di almeno un episodio depressivo e, mentre i dati di incidenza riferibili a patologie gravi come la schizofrenia restano stabili, quelli provenienti dagli studi epidemiologici hanno chiaramente dimostrato che i disturbi depressivi hanno avuto negli ultimi anni un incremento di prevalenza nella popolazione generale i cui costi sociali ed economici sono molto elevati, sia per il paziente sia per i

familiari. L’incidenza della malattia è nettamente a sfavore del sesso femminile 2:1; le cause di tale clamorosa discrepanza sono incerte e molteplici, ma proprio la grande incidenza della malattia richiede attenzione all’aspetto di genere sia in termini eziopatogenetici sia in termini di trattamento.

 

Le differenze di genere dai protocolli al letto del malato: ricerca e pratica clinica

Maria Antonietta Volonté (Ospedale San Raffaele)

Le donne sono poco rappresentate negli studi clinici, seppure esistano differenze legate al sesso nelle proprietà farmacocinetiche/dinamiche dei farmaci. La mancata acquisizioni di importanti dati di efficacia, tollerabilità e sicurezza dei farmaci in fase di sperimentazione nel genere femminile può inficiare l’aderenza ai trattamenti.  La dimensione di genere nella salute diventa pertanto una necessità di metodo e analisi che può rappresentare uno strumento di governo e di programmazione sanitaria.

 

Medicina sessuale: il sesso come barometro di salute

Andrea Salonia (Facoltà di Medicina, UniSR)

La salute sessuale è considerata diritto inalienabile dell’individuo, a qualunque genere appartenga e qualunque orientamento sessuale abbia. Nel corso degli ultimi decenni accanto alla sola “formale” definizione di tale diritto si è affiancato il concetto completamente nuovo di “medicina Sessuale”, vera espressione di una multidisciplinarietà dedicata allo studio della fisiopatologia dei disordini della sessualità, alle più accurate modalità diagnostiche e alla definizione di potenziali paradigmi di terapia. Ancor più recente è il concetto che le disfunzioni sessuali, tanto al maschile quanto al femminile, non siano solo da considerarsi come malattie in quanto tali, ma molto più spesso come sintomi di problematiche ancor più rilevanti, sottese all’epifenomeno del disagio sessuale stesso e talvolta addirittura misconosciute. Esempio lampante ne sia la disfunzione erettile, quella impossibilità persistente o ricorrente di ottenere o mantenere un’erezione utile ai fini di un rapporto sessuale soddisfacente. La ricerca clinica ha chiaramente insegnato come la comparsa di disfunzione erettile possa essere considerata prodromica di eventi cardiovascolari seri, soprattutto di coronaropatia, con una capacità anticipatoria di oltre 3 anni. Questo sembrerebbe avere particolare rilevanza in uomini giovani, ipertesi e diabetici. Ma, ancor più importante, il dato di correlazione tra la disfunzione erettile e lo stato di salute complessivo dell’individuo di sesso maschile; infatti i disordini della erezione si sono rivelati strettamente associati allo stato di salute dell’uomo anche prescindendo in toto dai fattori di rischio cardiovascolari e dalle patologie cardiovascolari stesse, ivi comprendendo ancora una volta diabete e sindrome metabolica.

Per questo, e per molti altri motivi, la Medicina Sessuale è medicina di genere e medicina della salute nel suo complesso, finanche barometro dello stato di salute.

 

Esistono solo due generi? Cosa impariamo dalle alterazioni dello sviluppo sessuale

Gianni Russo (Ospedale San Raffaele)

La “Consensus Statement” di Chicago del 2005, alla quale hanno partecipato operatori sanitari di vari settori insieme ad associazioni di pazienti, ha coniato il termine “Disorders of Sex Development” (DSD) per indicare tutte quelle condizioni congenite in cui lo sviluppo del sesso cromosomico, gonadico e fenotipico è atipico. Il termine DSD ha sostituito i termini in precedenza utilizzati, quali intersesso, inversione sessuale, ermafroditismo e pseudoermafroditismo, che costituivano fonte di confusione sia per gli operatori sanitari, sia per i genitori e i pazienti.

Si tratta di situazioni cliniche molto difficili da gestire, in particolare in quei casi in cui l’attribuzione del sesso è incerta. Gli obiettivi principali sono favorire il benessere psico-fisico del paziente, permettere un corretto sviluppo somatico e un adeguato sviluppo dei caratteri sessuali secondari (spontaneo o indotto) in linea con il sesso di crescita e garantire le condizioni per una soddisfacente vita affettiva, sessuale e sociale. La gestione deve prevedere un team esperto e multi-disciplinare, che dovrebbe includere specialisti in neonatologia, endocrinologia e chirurgia/urologia pediatriche, radiologia, genetica, biologia molecolare e psicologia. Tale team multidisciplinare deve garantire non solo un iniziale approccio clinico per giungere alla corretta diagnosi e di conseguenza all’attribuzione di sesso, ma anche un adeguato follow-up per garantire i vari interventi medici, chirurgici, psicologici che possono rendersi necessari. L’assistenza psicologica deve essere parte integrante della gestione dei DSD al fine di promuovere un adattamento positivo alla situazione, dapprima dei genitori e poi del soggetto affetto. Devono essere fornite informazioni veritiere, calibrate sulle capacità di comprensione della famiglia, in modo tale da poter condividere il trattamento medico ritenuto più appropriato a prescindere dal desiderio di “normalizzazione”. I gruppi di sostegno hanno anch’essi un ruolo importante nella fornitura di assistenza per le famiglie e i pazienti con DSD.

Tutte le informazioni sul centro ricerca GENDER a questo link

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