
La malattia IgG4-correlata, una rara patologia immuno-mediata, è ora al centro di uno studio multicentrico di fase tre, coordinato da un gruppo di ricerca UniSR, che ha testato l'efficacia dell'anticorpo monoclonale obexelimab nel prevenire le recidive, a un anno dall'inizio del trattamento. Si tratta del più ampio studio randomizzato, in doppio cieco e controllato con placebo, realizzato finora per una molecola contro questa malattia.
La ricerca, pubblicata sul New England Journal of Medicine, è firmata a primo nome da Emanuel Della Torre, professore associato UniSR di Medicina Interna e medico presso l'Unità clinica di Immunologia, Reumatologia, Allergologia e Malattie rare dell'IRCCS Ospedale San Raffaele, guidata dal professor Lorenzo Dagna, direttore della nostra Scuola di Specializzazione in Allergologia e Immunologia Clinica, anche lui tra gli autori dello studio.
Cosa dice il nuovo studio internazionale coordinato da UniSR
Lo studio, condotto su circa 200 pazienti reclutati in oltre 15 paesi, ha seguito i pazienti per 52 settimane, confrontando il farmaco con il placebo. Obexelimab ha ridotto significativamente il rischio di recidiva a un anno rispetto al placebo usando dosi di cortisone quattro volte più basse.
Questo nuovo farmaco aiuta a risolvere diversi bisogni insoddisfatti legati alla gestione clinica della Malattia IgG4-correlata: previene efficacemente le recidive, agisce senza eliminare i linfociti B, viene somministrato sottocute in autonomia a casa dal paziente, e, evitando l’uso di cortisone, riduce la tossicità legata ai corticosteroidi,
commenta Della Torre.
Cos’è la malattia IgG4-correlata e come viene trattata
Studiare in profondità una malattia rara come questa richiede una collaborazione di ricerca su scala internazionale. La Malattia IgG4-correlata è una patologia infiammatoria cronica che può colpire quasi ogni organo del corpo, dal pancreas alle ghiandole salivari, dai polmoni all'aorta. Si manifesta con masse simili a tumori, infarcite di cellule immunitarie, che causano sintomi molto diversi a seconda dell'organo colpito.
Le due opzioni terapeutiche oggi disponibili, cortisone e biologici anti linfociti B, tengono sotto controllo la malattia ma non ne prevengono la ricomparsa nel tempo.
Obexelimab: come agisce e perché è importante
Il gruppo di immunologia clinica guidato da Della Torre e Dagna ha contribuito a chiarire nel dettaglio questo meccanismo d'azione. Obexelimab agisce a sua volta sui linfociti B, ma ne attenua la capacità di produrre anticorpi senza eliminarli completamente, come invece fanno gli altri farmaci biologici disponibili. Si somministra con un'iniezione sottocutanea settimanale e non richiede quindi un accesso ospedaliero programmato. Anche la sua emivita, il tempo necessario al dimezzamento della concentrazione in circolo, è più breve: una caratteristica che permette di sospendere più facilmente il trattamento in caso di febbre o prima di un intervento chirurgico, cosa impossibile con un'immunosoppressione prolungata.
Queste caratteristiche risolvono i problemi logistici legati all'uso dei farmaci biologici oggi usati per la Malattia IgG4-correlata, che vanno invece iniettati per via endovenosa in ospedale e persistono più a lungo nell'organismo, protraendo così quegli effetti immunosoppressori che espongono le persone a un rischio più alto di infezione.
Il risultato si inserisce nel lavoro dell'Unità di Immunologia, Reumatologia, Allergologia e Malattie rare dell'IRCCS Ospedale San Raffaele, che unisce l'assistenza ai pazienti con malattie immuno-mediate rare alla ricerca traslazionale su nuove terapie.
Obexelimab, cosa succede ora: la fase in aperto dello studio
L'efficacia di obexelimab nel prevenire le recidive senza distruggere i linfociti B segna un possibile cambio di paradigma nel trattamento non solo della Malattia IgG4-correlata, ma di molte patologie autoimmuni in cui i linfociti B ricoprono un ruolo centrale.
Stiamo adesso lavorando per estendere i risultati di questo studio in una fase in aperto, dando a tutte le persone con la malattia la possibilità di assumere il farmaco per un periodo di tre anni. Se i risultati verranno confermati, si aprirà una nuova possibilità per i nostri pazienti,
conclude Della Torre.
Per saperne di più, leggi lo studio.
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