Nuovi media, hate speech e filosofia del linguaggio

21 marzo 2018

#pensieroconcreto

Violenza, discriminazione, bullismo sono da sempre argomenti centrali nella nostra società, ma sono stati portati sempre più sotto la luce dei riflettori con la nascita dei nuovi media. Anche sotto il profilo filosofico questi temi assumono importanza e oggi ce ne parla la Prof. Claudia Bianchi.

Una delle declinazioni più interessanti del tema della discriminazione in filosofia è legata a quello che è diventato comune chiamare hate speech o “linguaggio d’odio”.
Il tema è diventato d’attualità soprattutto con il diffondersi dei nuovi media (siti internet, blog, social media): minacce e insulti razzisti, omofobi o sessisti trovano il luogo ideale per esprimersi online, dove filtri, mediazioni e censure si annullano. Il ricorso al linguaggio d’odio svolge a mio parere una duplice funzione. Le espressioni di odio sono certamente un’aggressione diretta a individui, gruppi, comportamenti percepiti come estranei e minacciosi, ma svolgono anche una funzione di propaganda, sono cioè un modo per attestare la propria identità culturale, sociale e politica, per affermare la propria appartenenza al gruppo dominante, per rinforzare la gerarchia sociale. Il linguaggio d’odio dice qualcosa di noi più che delle nostre vittime. Ma chi parla, soprattutto se da una posizione di autorità, ha una pesante responsabilità. Ciò che diciamo sposta un po’ più in là i limiti di ciò che può essere detto, e insieme i limiti di ciò che può essere fatto: ci abituiamo a questa mancanza di attenzione e vigilanza, e in questo modo diventa più accettabile la mancanza di vigilanza sulle azioni, oltre che sulle parole.

Claudia Bianchi è professore ordinario di Filosofia del Linguaggio, presidente del Corso di Laurea in Filosofia e membro dei Centri di Ricerca UniSR Cresa e Gender

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