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Origine ed evoluzione delle epidemie: lezioni dalla Storia

13 maggio 2020
Medicina

“Epidemia”, “pandemia”, “contagio”, “quarantena”…sono termini che negli ultimi mesi abbiamo imparato a conoscere bene, a causa dell’emergenza COVID-19. Questi concetti, tuttavia, non sono affatto sconosciuti al genere umano, che nel corso dei millenni ha vissuto un susseguirsi di epidemie, come dimostrano numerose testimonianze storiche. Cosa ci racconta la Storia, e cosa ci insegna? Che lezioni possiamo trarre rispetto alla situazione attuale? Una sintetica ma decisamente affascinante lezione di “storia delle epidemie” a cura del Dott. Andrea Grignolio, docente di Storia della Medicina presso l’International Medical Doctor Program UniSR e docente di Bioetica presso la nostra Facoltà di Medicina e Chirurgia.

Egitto, Roma, Costantinopoli: le prime epidemie della Storia

Le epidemie esistono da quando esistono i primi ampi assembramenti urbani. Lo dimostrano, ad esempio, una stele egizia della 18° dinastia (1403-1365 a.C.) dove è rappresentato uno scriba con una gamba offesa dalla poliomielite, oppure la mummia del faraone Ramsete (1157 a.C.), sul cui volto sono ancora conservate le pustole del vaiolo che probabilmente lo uccisero. Il vaiolo era infatti una malattia in grado di falcidiare oltre il 30% della popolazione, e che dopo millenni è stata eradicata dal globo alla fine degli anni ’70 del secolo scorso, grazie a una campagna mondiale di vaccinazione. Seguirono la peste antonina (165-80 d.C.) a Roma, causata dal vaiolo (o morbillo) che provocò 30.000 morti; sempre su Roma, una città che nell’antichità sfiorò il milione di abitanti, si abbatté una epidemia di vaiolo con la peste di Cipriano (nel 250-270 d.C.), che al suo culmine fece contare 5000 morti al giorno. La prima peste bubbonica, causata del batterio yersinia pestis, nota come “peste di Giustiniano”, imperversò da Costantinopoli a Roma tra il 541 e il 750, uccidendo il 50% per cento della popolazione, con una stima che gli storici hanno calcolato di circa 30-50 milioni di vittime. Vi fu poi una seconda ondata dello stesso flagello 8 secoli dopo, la “peste nera” di cui narra Boccaccio, originatasi in Asia, che eliminò il 30-50% della popolazione (30 milioni di morti).

Zoonosi, sovrappopolazione, spostamenti, guerre: come si origina un’epidemia

All’origine di un’epidemia concorrono una serie di elementi chiave.

  • La zoonosi, ovvero il salto di specie dagli animali all’uomo che si manifesta in situazioni di stretta prossimità con gli animali e scarse condizioni igienico-sanitarie. La domesticazione di piante e animali si sviluppò quando, dopo l’ultima glaciazione (12-10.000 anni fa), l’uomo passò da piccoli gruppi di cacciatori-raccoglitori ad agricoltori stanziali. Questo cambiamento di abitudini favorì il passaggio di virus e batteri all’uomo, il cui sistema immunitario si trovò ad affrontare questi parassiti patogeni per la prima volta, a differenza degli animali che da millenni avevano imparato a convivervi grazie a un lento meccanismo di coevoluzione e selezione che ne aveva mitigato la virulenza e patogenicità.
  • La densità demografica. Questo elemento è uno dei motivi che spiega perché le bande di cacciatori raccoglitori con gruppi di 30-50 individui sparsi sul territorio nel Pleistocene fossero privi di epidemie, che al contrario furono frequenti e feroci nei diversi insediamenti urbani del passato.
  • Il commercio (ad esempio la via della seta fu veicolo della “peste nera” medievale) e i viaggi. Come dimostrato dall’origine della “quarantena” nei porti controllati da Venezia sul finire del 1300 e da molti altri studi storici, porti e navi (e oggi hub aeroportuali) sono stati sempre un punto di diffusione e moltiplicazione dei contagi. Fu in nave che nei primi decenni del 1500 i conquistadores spagnoli portarono in Sudamerica non solo le armi, ma anche gli agenti infettivi come vaiolo, morbillo, salmonella enterica del tipo paratifo C o febbre emorragica virale. Ciò spiega come i 500 uomini di Cortés furono in grado di annichilire il numeroso esercito azteco di Montezuma. Si trattò di una vera ecatombe, se si pensa che la popolazione del Messico, allora composta da circa 25 milioni di persone, fu ridotta del 98% in soli 100 anni (si contano 22 milioni di morti dato che nel 1623 gli abitanti erano ormai ridotti 700.000 individui).
  • Un ultimo elemento frequente sono dunque le guerre. Basti pensare alla epidemia influenzale “Spagnola”, che nei due anni successivi al Primo conflitto mondiale uccise tra i 70 e 100 milioni di individui.

Epidemie del passato, somiglianze col presente

Le epidemie hanno spesso avuto la capacità di sagomare il corso della storia. La prima epidemia di rilevanza storica è stata la Peste di Atene del 430 a.C. raccontata da Tucidide durante la guerra del Peloponneso in cui si fronteggiarono Sparta e Atene, e dunque due modelli politici, oligarchia contro democrazia. Nella Atene sotto assedio scoppiò la peste, una epidemia (probabilmente di tifo, o forse febbre emorragica) aggravata dalle scarse condizioni igienico-sanitarie dovute a promiscuità, scarsità di cibo e stress tipici dei conflitti. In questo contesto di debolezza dell’esercito ateniese, morì anche il grande stratega Pericle. La peste dunque favorì Sparta e la democrazia svanì per poi riaffacciarsi, indebolita, in alcune fasi della Roma repubblicana. Tucidide ci ha lasciato due insegnamenti fondamentali:

  1. coloro che si ammalano e sopravvivono sono protetti dal futuro incontro con lo stesso morbo (diremmo oggi “sviluppano la memoria immunitaria”), diventando figure utili per la cura degli ammalati e le diverse attività sociali di sussistenza;
  2. tra i gruppi che pagano lo scotto più alto ci sono i medici in prima linea.

La Storia ci insegna anche il pericolo di atteggiamenti irrazionali durante le epidemie: tipico il caso della ricerca di un capro espiatorio, l’untore. Durante la terribile epidemia di polio che nei primi decenni del Novecento si diffuse negli Stati Uniti, vi fu una psicosi sociale alla ricerca del colpevole, data l’origine poco chiara della malattia. Vennero progressivamente accusati i gatti (nel 1916 a New York ne furono soppressi 60.000), i mirtilli, gli immigrati italiani, il latte e persino lo zucchero e i gelati, che furono banditi. Sembrava infatti che il numero di casi di polio aumentasse durante il caldo (quando si mangiano più gelati), un fatto sostenuto da una ricerca che suggeriva che la variazione del metabolismo degli zuccheri rendesse più sensibili alla malattia – una lezione da tenere ben presente anche oggi, sia per le accuse xenofobe sia per l’acclamazione quotidiana dei media verso ipotetiche cure miracolose.

Lezioni rispetto alla situazione attuale

La Storia ci insegna che le epidemie, essendo basate sul contagio reciproco, sono democratiche e dunque si combattono tutti insieme, condividendo sforzi economici, stesse misure protettive (presidi e responsabilità individuali, quarantena) e certamente anche collaborazione internazionale e trasparenza dei dati. Un esempio: nel 1884 a Napoli il colera aveva devastato la città, uccidendo circa 6mila persone. Nel 1910 vi fu una seconda ondata, descritta dal Dott. H.D. Geddings, ufficiale americano del servizio sanitario pubblico, di servizio nella città portuale, snodo delle migrazioni verso l’America e centro di “intelligence” nel Mediterraneo del controllo sanitario americano. Le autorità locali e politiche nazionali, allora sotto il governo Giolitti, rifiutarono di riconoscere l’esistenza del focolaio sostenendo si trattasse di gastroenterite, di “Febbre napolitana” o “Febbre maltese” (lo stesso meccanismo di accusa dello straniero accadde con la sifilide detta “mal francese” e la “spagnola”, che non furono da ascrivere né ai francesi né agli spagnoli). Geddings fu ridotto al silenzio e l’epidemia fu dichiarata conclusa dopo un mese, sebbene continuasse a imperversare sino alla primavera dell’anno successivo. Ecco perché oggi con COVID-19 gli stati dovrebbero offrire massima collaborazione sui dati, per limitare inutili perdite di vite umane e per dimostrare che più si collabora contro i virus, prima si vince.

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