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Linfoma primitivo del sistema nervoso centrale: conferma sul trattamento

15 settembre 2026
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Linfoma primitivo del sistema nervoso centrale: conferma sul trattamento

Uno studio clinico multicentrico randomizzato di fase 3, il più ampio mai condotto per il linfoma primitivo del sistema nervoso centrale, ha confermato che la chemioterapia ad alte dosi seguita da trapianto autologo di cellule staminali del sangue è la strategia di consolidamento più efficace nel prolungare la sopravvivenza delle persone che hanno risposto alla terapia di induzione. Il lavoro, pubblicato su The Lancet, porta la firma come primi coautori del professor Andrés J.M. Ferreri, ordinario di Ematologia di Università Vita-Salute San Raffaele e Direttore del Programma Strategico Linfomi dell’IRCCS Ospedale San Raffaele e del Dr. Gerald Illerhaus, direttore della Clinica di Ematologia, Oncologia, Trapianto di cellule staminali e Medicina palliativa del Centro Oncologico di Stoccarda, Germania. Tra gli autori dell’articolo figurano anche il prof. Maurilio Ponzoni, direttore della Scuola di Specializzazione in Anatomia Patologica in UniSR e responsabile del laboratorio di Anatomia Patologica ospedaliero, e la dott.ssa Teresa Calimeri, ricercatrice senior presso il Programma Strategico Linfomi del IRCCS Ospedale San Raffaele.

Linfoma primitivo del sistema nervoso centrale: cos’è

Il linfoma primitivo del sistema nervoso centrale (PCNSL) è una forma rara e aggressiva di linfoma, che origina e resta confinata al sistema nervoso centrale. Proprio per la sua rarità, individuare la terapia più efficace richiede studi clinici multicentrici internazionali condotti su larga scala che possano indirizzare al meglio le potenziali scelte terapeutiche. Nel trattamento del PCNSL, si procede prima con una terapia di induzione a base di chemioterapici convenzionali, in particolar modo con il farmaco cardine chiamato metotressato, volta a ridurre significativamente la massa tumorale, e poi con una di consolidamento, che serve a eliminare le cellule tumorali residue e ridurre il rischio di recidiva.

La terapia di consolidamento per il PCNSL prevede varie opzioni, tra cui un regime di chemio-immunoterapia non-mieloablativo, vale a dire che non elimina il midollo osseo, oppure una chemioterapia mieloablativa a base di un farmaco chiamato thiotepa, seguita dal trapianto di cellule staminali autologhe del sangue, vale a dire la reinfusione di cellule progenitrici del midollo osseo raccolte dal paziente stesso durante la fase di induzione.  

In passato, studi clinici di fase 2, condotti su numeri contenuti di pazienti, avevano già osservato che il consolidamento con trapianto di cellule staminali autologhe era più efficace rispetto alle alternative disponibili, in particolare l’irradiazione di tutto l’encefalo. Rispetto a quest’ultima opzione, il trapianto autologo è certamente meno tossico sulle funzioni neurocognitive superiori. Lo studio appena pubblicato conferma ed estende questi risultati sul maggior numero di persone con PCNSL non trattato, coinvolgendo 56 centri ospedalieri di Germania, Italia, Danimarca, Norvegia e Svizzera, coordinati dall’Ospedale Universitario di Friburgo, in Germania.

I risultati del nuovo studio su The Lancet

Tra il 2014 e il 2019, lo studio ha arruolato 368 pazienti adulti, che hanno tutti ricevuto una prima fase di induzione con una chemioimmunoterapia a quattro farmaci, chiamata MATRix, ideata 17 anni fa presso l’IRCCS Ospedale San Raffaele e l’Ospedale di Friburgo. I 229 pazienti che hanno risposto al MATRix sono stati quindi assegnati in modo casuale a due diversi trattamenti di consolidamento: due cicli di chemioterapia più immunoterapia a base di rituximab, desametasone, etoposide, ifosfamide e carboplatino (R-DeVIC), oppure una chemioterapia mielo-ablativa con thiotepa e carmustina e trapianto di cellule staminali autologhe.

Con un follow-up mediano di quasi 4 anni, le persone che avevano ricevuto il trapianto autologo hanno mostrato risultati terapeutici significativamente migliori, in particolare, a 3 anni, il 78% dei pazienti trapiantati non aveva subito un peggioramento del tumore, mentre la metà dei pazienti trattati con la combinazione R-DeVIC avevano subito un chiaro peggioramento del linfoma. Ancora più importante, l'86% dei pazienti trapiantati erano vivi a 3 anni, contro il 71% del gruppo R-DeVIC.

Come atteso, il trapianto autologo, in quanto più intensivo, si è associato con un numero maggiore di eventi tossici rispetto al consolidamento non mieloablativo, ma senza una maggiore mortalità, che è rimasta sotto il 5%.

Un risultato che viene da lontano

I risultati di questo studio estendono e continuano osservazioni pubblicate in lavori precedenti che hanno contribuito a definire lo standard terapeutico internazionale per il PCNSL. Il professor Andrés J.M. Ferreri coordina da anni, insieme al gruppo I.E.L.S.G. (International Extranodal Lymphoma Study Group), la ricerca clinica internazionale sui linfomi extranodali (i linfomi che interessano organi diversi dai linfonodi), incluso i precedenti studi IELSG20 e IELSG32, sempre pubblicati su riviste del gruppo The Lancet, che, un gradino alla volta, hanno posto le basi per la terapia di induzione qui utilizzata.

La strategia di trapianto parte dallo schema di condizionamento disegnato presso l’Ospedale di Friburgo, e successivamente perfezionata in seno al Programma di Cellule Staminali dell’Ematologia dell’IRCCS Ospedale San Raffaele, guidato dal professor Fabio Ciceri, anche direttore della Scuola di Specializzazione in Ematologia UniSR. «Questo nuovo studio rappresenta un ulteriore passo nella definizione di percorsi terapeutici basati su evidenze solide per una patologia rara e complessa come il PCNSL, e conferma il ruolo del campus San Raffaele nella ricerca clinica oncoematologica internazionale», conclude Ferreri.

Per saperne di più, leggi lo studio qui.

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